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| La reine des coeurs 101x92 cm. Cod.KOST0821 |
omaggio a boxart 61x76 cm. Cod.KOST0210 |
Biografia ![]()
L'artista e compositore Mark Kostabi nasce a Los Angeles nel 1960, da immigrati
estoni. Cresciuto a Whittier, California, compie i suoi studi
di disegno e pittura alla California State University di Fullerton.
Nel 1982 si trasferisce a New York e nel 1984 è già
una figura di spicco del movimento artistico dell'East Village.
Personalità provocatoria, pubblica interviste a se stesso,
nelle quali affronta la mercificazione dell'arte contemporanea.
Nel 1988 fonda "Kostabi world", un complesso integrato di studio,
galleria e ufficio, rinomato per l'impiego profuso di assistenti
pittori e creativi.
Della sua opera sono state tenute mostre retrospettive al museo
Mitsukoshi di Tokio (1992) e all'Art Museum of Estonia di Tallin
(1998).
Sue opere sono presenti nelle collezioni permanenti del Museum
of Modern Art, Metropolitan Museum, Brooklin Museum, Corcoran
Gallery of Art e al museo di Groningen in Olanda.
Nel 1988 l'artista ha dipinto una pittura murale all'interno del
palazzo dei priori di Arezzo e ha completato la scultura "To See
Through is Not to See Into" commissionatagli dalla città
di San Benedetto del Tronto.
La
musica di Kostabi è stata interpretata a New York, in Giappone,
in Italia e in Estonia da orchestre e solisti del calibro di Rein
Rannap, Kristjan Jarvi, Maano Manni, l'orchestra da camera dell'orchestra
sinfonica nazionale dell'Estonia e dal compositore stesso. Di lui si è
parlato a "60 minutes", "Eye to Eye with Connie Chung", "A Current
Affair", "Nightwatch", "The Oprah Winfrey Show", "Lifestyle of
the Rich and Famous", "West 57th", sulla CNN, su MTV e in numerosi
altri programmi televisivi in Europa ed in Giappone.
E' apparso su testate quali il New York Times, People, Vogue,
The Face, Playboy, Forbes, New York Magazine, Domus, Art Forum,
Art in America, ART news, Flash Art e Tema Celeste.
Kostabi produce inoltre a Manhattan uno show televisivo via cavo
dal titolo "Inside Kostabi", tiene regolarmente lezioni in tutto
il mondo e ha pubblicato sette libri, tra cui "Sadness Because
the Video Rental Store Was Closed", "Kostabi: The Early Years"
e "Conversations with Kostabi".
Devo ammettere
di non aver privilegiato, in questa mia attività, ahimè
ben più che ventennale, di operatore e critico, l'arte
americana contemporanea.
Probabilmente la ragione sta in un peccato originario di superiorità
culturale, in un abbarbicamento alle radici della mia cultura
classica; a quel certo approccio sospettoso che gli intellettuali
mediterranei, generalmente conservatori, mantengono nei confronti
di una cultura troppo giovane, troppo rapida, troppo aggressiva.
Non mi ero certo sottratto agli entusiasmi per le avanguardie
storiche americane, in primo luogo per i mitici "espressionisti
astratti".
E, d'altronde, come si poteva non entusiasmarsi per i Pollock,
i De Kooning, i Gorky ?; confortati oltretutto dall'entusiasmo
di un altro straordinario artista, e per certi versi, anche loro
compagno d'avventura: Afro Basaldella.
Ma nei confronti di un altro momento decisivo sul fronte, anzi
sulla frontiera dell'arte americana, ero rimasto in una fase di
sospensione di giudizio; certo se non per il dirompente e geniale
Raushemberg, perlomeno con lo sfuggente e furbissimo "marketing
- manager" Andy Warhol.
Il problema,
il mio problema con l'arte americana non consisteva nell'aspetto
di "business", di mercificazione anche esasperata del prodotto
culturale ed artistico. Su questo piano, anzi mi sono sempre trovato
in perfetta sintonia, non stufandomi mai di ricordare (magari
ai signori con la puzza sotto il naso) che senza il mercato l'arte
non cammina,non progredisce, e soprattutto non si diffonde.
No, il problema mi era parso nel fatto che l'arte americana sembrava
percorrere il cammino opposto a quello dovuto: prima l'analisi
e la scelta di mercato, poi il tentativo di costruire il prodotto.
Talvolta, magari, dimenticandosi perfino di costruirlo.
Quando
però, qualche anno fa, esaminai per la prima volta dei
dipinti di Mark Kostabi, questa sensazione di percorso inverso,
di offerta artistica di marketing, non mi raggiunse, non mi lasciò
percorso dai dubbi. Subito percepii, invece, una potenza di segno
plastico, atto a costruire una forma, e portatore di una particolare
carica comunicativa.
Insomma mi aveva colpito la valenza strutturale ed evocativa dell'opera.
E non rincorsi pensieri paralleli; non pensai alla maniera di
Kostabi, alla sua bottega, alla sua organizzazione. Il risultato,
il valore d'arte c'era, vero, presente, autentico, con una sorprendente
capacità d'impatto.
Quelle figure, quegli oggetti ingigantiti, quelle strutture, plasticamente
affrontate su un piano ravvicinato secondo una precisa scansione
geometrica, mi parvero trattenere una loro intrinseca esplosività,
ed, allo stesso tempo, alludere a riferimenti con architetture
classiche, a voci antiche che l'artista sembrava possedere e padroneggiare
con sapienza progettuale.
Kostabi governava con tanta sicurezza le occasioni strutturali
ed i motivi compositivi del segno, da convincermi di sue inevitabili
frequentazioni colte (in senso classico). E soprattutto che queste
frequentazioni avevano già sedimentato compiutamente.
Mi parve proprio la scoperta di un manierista moderno, che quasi
riusciva a mescolare sulla tela (amalgamandoli) stilemi di tutte
le discipline: architettura, scultura, pittura, ma senza sottrarsi
al confronto con i tempi moderni, annusati con olfatto finissimo,
lungo le scie di un secondo cubo - futurismo (con qualche rimando
a De Pero), che andava a incontrarsi con la contemporaneità,
in originali ammiccamenti alla "Pop Art".
L'impressione di allora si èconfermata di fronte alle opere
presentate in questa notevole e sceltissima mostra. Certo i colori
di Kostabi, così aggressivi, o così lividi, così
alternativi, non sono i colori dei classici e della tradizione
italiana.
Ma chi ci assicura che, trasportato in questi tempi, anche De
Pero non dipingerebbe con questi colori? O che la pittura di Kostabi
non rappresenti l'aggiornamento ai tempi nostri della misura classica?
Giovanni Granzotto
- Da quali esigenze pratiche o presupposti teorici è
nato il "Kostabi World" ?
Io
sono nato nel 1960 in California e mi sono trasferito a New York
nel 1982. Ho cominciato ad esporre l'anno dopo, partecipando a
molte mostre collettive. Successivamente ho tenuto un gran numero
di personali, forse più di tutti gli altri artisti.
Ho avuto presto successo perchè sono piuttosto prolifico.
Generalmente quando un artista ottiene consenso (uomo o donna
che sia), assume gli assistenti per preparare telai, fondi e altro.
É naturale che essi divengano collaboratori anche nel dipingere.
É una prassi normale, anche storicamente parlando.
Si pensi a Raffaello, a Michelangelo. La differenza sta nel fatto
che io ne sto parlando apertamente, mentre altri cercano di tenerlo
nascosto.
I miei genitori mi hanno insegnato ad essere corretto. Le chiavi
del mio successo sono onestà e sicurezza.
- L'esperienza warholiana della Factory quanto è stata
importante per il tuo progetto ?
Mi piaceva Andy Warhol. L'ho incontrato 10 o 12 volte. Era un
uomo immediato, intelligente ma semplice; simpatico, libero furbo.
Fin da quando ero studente alla California State University di
Fullerton, pensavo che sarebbe stato bello avere un grande studio
come il suo. Istintivamente mi sono ispirato alla sua filosofia.
Egli ha aperto molte porte a tanti artisti e anch'io ho ricevuto
degli stimoli, tra la sua Factory e il mio "Kostabi World" ci
sono profonde differenze.
Negli anni '60 intorno a Warhol ruotavano strani personaggi spesso
dediti alla droga. Da me invece, c'è un'organizzazione
di business con gente professionalmente e moralmente ineccepibile.
Warhol ha fatto quadri con serigrafie su carta e su tela; io mi
sento più vicino alle botteghe degli artisti del Rinascimento.
Ogni quadro è dipinto ad olio su tela e la sua esecuzione
richiede tempo.
- Attualmente come è organizzato il "tuo mondo" ?
Ci sono dieci persone che dipingono, una segretaria, un ragioniere,
uno che prepara i telai, una fotografa giapponese che tiene anche
in ordine l'archivio, un poeta che pensa ai titoli, mio fratello
che mi aiuta come manager.
Quasi sempre disegno io, ma tutti i miei collaboratori contribuiscono
alle idee. Inoltre, bandisco concorsi settimanali. Do una copia
di un mio progetto a tutti i collaboratori: essi attuano la stessa
idea, ma possono apportare qualche modifica. In questo senso ricevo
contributi creativi.
Il pubblico, fatto di persone che per diversi motivi vengono nel
mio studio, giudica. I premi sono tre. I Vincitori ricevono una
somma, e i quadri prescelti vengono realizzati in versione grande.
- In questi ultimi tempi come si è evoluto il tuo sistema
collettivo ?
Anni
fà facevo i disegni personalmente ed avevo istruito i miei
assistenti a dipingere senza cambiare nulla. Adesso ciascuno può
intervenire dandomi suggerimenti.
Prima impiegavo persone con problemi (ex detenuti, falsari), ora
utilizzo solo operatori seri di cui mi posso fidare. La mia è
un'opera a più mani, ma resto io l'artista. Pur credendo
in un sistema collettivo democratico, se c'è qualcosa che
non mi piace (per esempio, un quadro che promuove il fumo, l'alcool,
la droga), metto subito il mio veto. Tengo a precisare che non
bevo, non fumo, non mi drogo e sono vegetariano.
- In ciò si può vedere una tua precisa posizione
ideologica ? La tua organizzazione è quindi un'utopia che
si va sempre più concretizzando ?
In piccola parte lo è, ma non nel senso degli hippies degli
anni Sessanta.
Il mio studio d'arte è molto razionale anche se provocatorio.
In questo periodo il mio lavoro è ancor più apprezzato
e ricevo richieste non solo dagli Stati Uniti, ma anche dal Giappone
e dall'Italia.
- La crisi del mercato non limita i suoi piani ?
Tre o quattro anni fa ho avuto dei problemi, ma adesso gli affari
vanno meglio che mai, anche in Giappone, malgrado la crisi economica.
I miei prezzi non sono mai stati molto alti; non erano gonfiati,
perciò, quando è arrivata la recessione, non ho
dovuto abbassarli come sono stati costretti a fare tutti gli altri
negli anni Ottanta.
Forse anche per questo il mio mercato è andato crescendo
gradualmente.
- Sei interessato all'arte applicata e alla committenza ?
Senza dubbio. In tal senso la penso come Ugo Nespolo ed anche
per questo siamo amici. Però prediligo fare quadri qualitativamente
interessanti. In genere ogni anno dipingo due grandi opere da
destinare a luoghi pubblici, all'incirca di metri 5x10. L'ultima,
eseguita interamente da me , si trova nel Palazzo dei Priori ad
Arezzo.
In Italia lavoro sempre da solo e compongo musica per pianoforte.
- Annullare l'individualità può essere positivo
?
É impossibile eliminarla completamente. Ho provato, ma
ogni volta emerge la mia identità.
Del resto tutti lavorano insieme con altri. Nessuna persona, compreso
l'artista, agisce senza collaboratori. Per fare un esempio banale,
anche nella vita di tutti i giorni, quando ci alziamo, chiediamo
consiglio alla moglie sul come vestirci o quando andiamo a tagliarci
i capelli, collaboriamo con il barbiere.
- Personalmente svolgi anche un'attività teorica ?
Si,
ma senza troppe complicazioni. Rientra in questo il mio scrivere
sull'arte.
Ho cominciato a farlo su una rivista americana intitolata "Shout
Magazine" ed ho intenzione di pubblicare articoli su artisti italiani.
Ho iniziato, da Giulio Turcato a cui dovrebbe essere dedicata
una grande retrospettiva al Moma di New York. É un peccato
che in America nessuno conosca Turcato, considerato il migliore
astrattista italiano. Parimenti in Italia nessuno sa chi sia Ivan
Albright, americano figurativo di grande valore, anch'egli scomparso.
I galleristi in Italia viaggiano poco, per cui in Giappone, ad
esempio, quasi mai sono proposti agli italiani. Io sto lavorando
per cambiare questo sistema. Così cerco galleristi per
i miei amici.
- So che in America tieni il programma televisivo settimanale
"Inside Kostabi". Com'è strutturato ?
Rispondo al telefono. Qualche volta metto in onda le mie telefonate
di affari come "evesdropping"; intervisto persone, suono il pianoforte,
disegno, colloquio con i miei assistenti via telefono, vendo quadri
discutendo e contrattando.
Questo interessa molto alla gente. Faccio anche programmi in cui
do consigli per viaggiare e sono anche disponibile a trattare
altri argomenti che mi vengono proposti.
- A cosa è dovuta la tua frequentazione dell'Italia ?
Negli anni Novanta ci sono venuto per le mostre e mi sono innamorato
di questo Paese. I miei amici di Milano mi hanno consigliato di
vivere a Roma che è una città più internazionale,
in questo periodo particolarmente interessante per la ricorrenza
del Giubileo. Ho seguito il consiglio e sono molto felice della
scelta. Vivo un mese qui e uno in America.
Mi piace la qualità della vita italiana, più sensibile,
tranquilla. Mi piace la gente.
- Roma si vede già nei tuoi quadri ?
Comincio a trarne dei soggetti. A Roma mi sento particolarmente
ispirato dai capolavori dei grandi artisti e dalle architetture
di varie epoche storiche.
Ho
fatto da solo il disegno, però ho scelto il soggetto tra
tanti con l'aiuto di Nespolo. Poi la fonderia di Walter Vaghi
a Milano l'ha realizzata. É un'opera dal grande significato
ideologico, vuole trasmettere un messaggio. Si intitola "Guardare
attraverso non è come guardare dentro". L'uomo apre la
finestra del suo cuore per dare ospitalità e pace.
- C'è un rapporto tra le tue composizioni musicali e
visuali ?
Sì, in tanti sensi. Intanto disegno ascoltando musica e
i miei collaboratori lavorano mentre un'orchestra fa le prove
nel "Kostabi World". Sono idealmente vicino a Kandinskij e Mondrian,
entrambi artisti che hanno avuto un significativo rapporto con
la musica.
Nell'arte visiva e nella musica trovo lo stesso ritmo.
- Quali caratteristiche ha la musica che componi ?
É classica e contemporanea; riflette la mia poetica al
pari dei miei disegni. Sono ispirato da Strawinskij, Satie e dalle
canzoni folcloristiche dell'Europa dell'Est. É una musica
strumentale per piano, melodica. Seguo le armonie del mio animo,
della natura. Collaboro in Estonia con Lepo Sumera (un grande
autore che fa le orchestrazioni per pezzi da pianoforte).Lavoro
anche con Kristjan Jarvi (direttore d'orchestra americano).
In un concerto all'aperto, per l'inaugurazione della mia scultura,
a San Benedetto del Tronto ho eseguito nove pezzi che fanno parte
del mio primo disco. Parafrasando Sinatra, si intitola "I did
it steinway". É uscito a New York da poco e la casa editrice
distribuisce lo sta diffondendo in tutto il mondo.
Fino ad ora ho tenuto cinque concerti: in Giappone, due da Pio
Monti a Macerata, a Brescia in un Festival di Music-art (una contaminazione
con Giovanardi e la band rock italiana Timoria) e - come ti ho
detto - a San Benedetto del Tronto.
A cura di Luciano Marucci