Kostabi Mark

Kostabi Mark
 
mostre correlate:

I Vizi Capitali (2002)

Kostabi Mark (1999)

 

artisti:
Accardi Carla
Angeli Franco
Arman
Balsamo Vincenzo
Bazan Alessandro
Chia Sandro
Cingolani Marco
Crippa Roberto
De Angelis Marcello
Di Marco Andrea
Eron
Facco Andrea
Festa Tano
Finzi Ennio
Fontana Franco
Frangi Giovanni
Galliano Daniele
Gao Brothers
Germaną Mimmo
Innocente
Kim Joon
Kostabi Mark
Laboratorio Saccardi
Licata Riccardo
Ma Liuming
Montesano Gianmarco
Neri Marco
Nitsch Hermann
Pancrazzi Luca
Perilli Achille
Possenti Antonio
Presicce Luigi
Rotella Mimmo
Schifano Mario
Tadini Emilio
Terruso Saverio
Turcato Giulio
Vaccari Wainer

opere

Kostabi 101x92 cm. Kostabi 61x76 cm.
La reine des coeurs
101x92 cm.
Cod.KOST0821
omaggio a boxart
61x76 cm.
Cod.KOST0210

Biografia  inizio pagina
L'artista e compositore Mark Kostabi nasce a Los Angeles nel 1960, da immigrati estoni. Cresciuto a Whittier, California, compie i suoi studi di disegno e pittura alla California State University di Fullerton.
Nel 1982 si trasferisce a New York e nel 1984 è già una figura di spicco del movimento artistico dell'East Village.
Personalità provocatoria, pubblica interviste a se stesso, nelle quali affronta la mercificazione dell'arte contemporanea.
Nel 1988 fonda "Kostabi world", un complesso integrato di studio, galleria e ufficio, rinomato per l'impiego profuso di assistenti pittori e creativi.
Della sua opera sono state tenute mostre retrospettive al museo Mitsukoshi di Tokio (1992) e all'Art Museum of Estonia di Tallin (1998).
Sue opere sono presenti nelle collezioni permanenti del Museum of Modern Art, Metropolitan Museum, Brooklin Museum, Corcoran Gallery of Art e al museo di Groningen in Olanda.
Nel 1988 l'artista ha dipinto una pittura murale all'interno del palazzo dei priori di Arezzo e ha completato la scultura "To See Through is Not to See Into" commissionatagli dalla città di San Benedetto del Tronto.

La musica di Kostabi è stata interpretata a New York, in Giappone, in Italia e in Estonia da orchestre e solisti del calibro di Rein Rannap, Kristjan Jarvi, Maano Manni, l'orchestra da camera dell'orchestra sinfonica nazionale dell'Estonia e dal compositore stesso.
Il suo CD "I did it Steinway" per piano solista, da lui composto ed eseguito, è uscito nel 1998.
Kostabi èresponsabile della veste grafica di copertine di LP ("Use Your Illusion" dei Guns'n'Roses, "Adios Amigos" dei The Ramones) e di numerosi prodotti, tra cui un orologio Swatch, diversi vasi in edizione limitata ed accessori per computer.

Di lui si è parlato a "60 minutes", "Eye to Eye with Connie Chung", "A Current Affair", "Nightwatch", "The Oprah Winfrey Show", "Lifestyle of the Rich and Famous", "West 57th", sulla CNN, su MTV e in numerosi altri programmi televisivi in Europa ed in Giappone.
E' apparso su testate quali il New York Times, People, Vogue, The Face, Playboy, Forbes, New York Magazine, Domus, Art Forum, Art in America, ART news, Flash Art e Tema Celeste.
Kostabi produce inoltre a Manhattan uno show televisivo via cavo dal titolo "Inside Kostabi", tiene regolarmente lezioni in tutto il mondo e ha pubblicato sette libri, tra cui "Sadness Because the Video Rental Store Was Closed", "Kostabi: The Early Years" e "Conversations with Kostabi".


Presentazione  inizio pagina

Devo ammettere di non aver privilegiato, in questa mia attività, ahimè ben più che ventennale, di operatore e critico, l'arte americana contemporanea.
Probabilmente la ragione sta in un peccato originario di superiorità culturale, in un abbarbicamento alle radici della mia cultura classica; a quel certo approccio sospettoso che gli intellettuali mediterranei, generalmente conservatori, mantengono nei confronti di una cultura troppo giovane, troppo rapida, troppo aggressiva.
Non mi ero certo sottratto agli entusiasmi per le avanguardie storiche americane, in primo luogo per i mitici "espressionisti astratti".
E, d'altronde, come si poteva non entusiasmarsi per i Pollock, i De Kooning, i Gorky ?; confortati oltretutto dall'entusiasmo di un altro straordinario artista, e per certi versi, anche loro compagno d'avventura: Afro Basaldella.
Ma nei confronti di un altro momento decisivo sul fronte, anzi sulla frontiera dell'arte americana, ero rimasto in una fase di sospensione di giudizio; certo se non per il dirompente e geniale Raushemberg, perlomeno con lo sfuggente e furbissimo "marketing - manager" Andy Warhol.

Il problema, il mio problema con l'arte americana non consisteva nell'aspetto di "business", di mercificazione anche esasperata del prodotto culturale ed artistico. Su questo piano, anzi mi sono sempre trovato in perfetta sintonia, non stufandomi mai di ricordare (magari ai signori con la puzza sotto il naso) che senza il mercato l'arte non cammina,non progredisce, e soprattutto non si diffonde.
No, il problema mi era parso nel fatto che l'arte americana sembrava percorrere il cammino opposto a quello dovuto: prima l'analisi e la scelta di mercato, poi il tentativo di costruire il prodotto.
Talvolta, magari, dimenticandosi perfino di costruirlo.

Quando però, qualche anno fa, esaminai per la prima volta dei dipinti di Mark Kostabi, questa sensazione di percorso inverso, di offerta artistica di marketing, non mi raggiunse, non mi lasciò percorso dai dubbi. Subito percepii, invece, una potenza di segno plastico, atto a costruire una forma, e portatore di una particolare carica comunicativa.
Insomma mi aveva colpito la valenza strutturale ed evocativa dell'opera. E non rincorsi pensieri paralleli; non pensai alla maniera di Kostabi, alla sua bottega, alla sua organizzazione. Il risultato, il valore d'arte c'era, vero, presente, autentico, con una sorprendente capacità d'impatto.
Quelle figure, quegli oggetti ingigantiti, quelle strutture, plasticamente affrontate su un piano ravvicinato secondo una precisa scansione geometrica, mi parvero trattenere una loro intrinseca esplosività, ed, allo stesso tempo, alludere a riferimenti con architetture classiche, a voci antiche che l'artista sembrava possedere e padroneggiare con sapienza progettuale.
Kostabi governava con tanta sicurezza le occasioni strutturali ed i motivi compositivi del segno, da convincermi di sue inevitabili frequentazioni colte (in senso classico). E soprattutto che queste frequentazioni avevano già sedimentato compiutamente.
Mi parve proprio la scoperta di un manierista moderno, che quasi riusciva a mescolare sulla tela (amalgamandoli) stilemi di tutte le discipline: architettura, scultura, pittura, ma senza sottrarsi al confronto con i tempi moderni, annusati con olfatto finissimo, lungo le scie di un secondo cubo - futurismo (con qualche rimando a De Pero), che andava a incontrarsi con la contemporaneità, in originali ammiccamenti alla "Pop Art".

L'impressione di allora si èconfermata di fronte alle opere presentate in questa notevole e sceltissima mostra. Certo i colori di Kostabi, così aggressivi, o così lividi, così alternativi, non sono i colori dei classici e della tradizione italiana.
Ma chi ci assicura che, trasportato in questi tempi, anche De Pero non dipingerebbe con questi colori? O che la pittura di Kostabi non rappresenti l'aggiornamento ai tempi nostri della misura classica?

Giovanni Granzotto

Intervista   inizio pagina

- Da quali esigenze pratiche o presupposti teorici è nato il "Kostabi World" ?

Io sono nato nel 1960 in California e mi sono trasferito a New York nel 1982. Ho cominciato ad esporre l'anno dopo, partecipando a molte mostre collettive. Successivamente ho tenuto un gran numero di personali, forse più di tutti gli altri artisti.
Ho avuto presto successo perchè sono piuttosto prolifico. Generalmente quando un artista ottiene consenso (uomo o donna che sia), assume gli assistenti per preparare telai, fondi e altro. É naturale che essi divengano collaboratori anche nel dipingere. É una prassi normale, anche storicamente parlando.
Si pensi a Raffaello, a Michelangelo. La differenza sta nel fatto che io ne sto parlando apertamente, mentre altri cercano di tenerlo nascosto.
I miei genitori mi hanno insegnato ad essere corretto. Le chiavi del mio successo sono onestà e sicurezza.

- L'esperienza warholiana della Factory quanto è stata importante per il tuo progetto ?

Mi piaceva Andy Warhol. L'ho incontrato 10 o 12 volte. Era un uomo immediato, intelligente ma semplice; simpatico, libero furbo.
Fin da quando ero studente alla California State University di Fullerton, pensavo che sarebbe stato bello avere un grande studio come il suo. Istintivamente mi sono ispirato alla sua filosofia. Egli ha aperto molte porte a tanti artisti e anch'io ho ricevuto degli stimoli, tra la sua Factory e il mio "Kostabi World" ci sono profonde differenze.
Negli anni '60 intorno a Warhol ruotavano strani personaggi spesso dediti alla droga. Da me invece, c'è un'organizzazione di business con gente professionalmente e moralmente ineccepibile. Warhol ha fatto quadri con serigrafie su carta e su tela; io mi sento più vicino alle botteghe degli artisti del Rinascimento. Ogni quadro è dipinto ad olio su tela e la sua esecuzione richiede tempo.

- Attualmente come è organizzato il "tuo mondo" ?

Ci sono dieci persone che dipingono, una segretaria, un ragioniere, uno che prepara i telai, una fotografa giapponese che tiene anche in ordine l'archivio, un poeta che pensa ai titoli, mio fratello che mi aiuta come manager.
Quasi sempre disegno io, ma tutti i miei collaboratori contribuiscono alle idee. Inoltre, bandisco concorsi settimanali. Do una copia di un mio progetto a tutti i collaboratori: essi attuano la stessa idea, ma possono apportare qualche modifica. In questo senso ricevo contributi creativi.
Il pubblico, fatto di persone che per diversi motivi vengono nel mio studio, giudica. I premi sono tre. I Vincitori ricevono una somma, e i quadri prescelti vengono realizzati in versione grande.

- In questi ultimi tempi come si è evoluto il tuo sistema collettivo ?

Anni fà facevo i disegni personalmente ed avevo istruito i miei assistenti a dipingere senza cambiare nulla. Adesso ciascuno può intervenire dandomi suggerimenti.
Prima impiegavo persone con problemi (ex detenuti, falsari), ora utilizzo solo operatori seri di cui mi posso fidare. La mia è un'opera a più mani, ma resto io l'artista. Pur credendo in un sistema collettivo democratico, se c'è qualcosa che non mi piace (per esempio, un quadro che promuove il fumo, l'alcool, la droga), metto subito il mio veto. Tengo a precisare che non bevo, non fumo, non mi drogo e sono vegetariano.

- In ciò si può vedere una tua precisa posizione ideologica ? La tua organizzazione è quindi un'utopia che si va sempre più concretizzando ?

In piccola parte lo è, ma non nel senso degli hippies degli anni Sessanta.
Il mio studio d'arte è molto razionale anche se provocatorio. In questo periodo il mio lavoro è ancor più apprezzato e ricevo richieste non solo dagli Stati Uniti, ma anche dal Giappone e dall'Italia.

- La crisi del mercato non limita i suoi piani ?

Tre o quattro anni fa ho avuto dei problemi, ma adesso gli affari vanno meglio che mai, anche in Giappone, malgrado la crisi economica. I miei prezzi non sono mai stati molto alti; non erano gonfiati, perciò, quando è arrivata la recessione, non ho dovuto abbassarli come sono stati costretti a fare tutti gli altri negli anni Ottanta.
Forse anche per questo il mio mercato è andato crescendo gradualmente.

- Sei interessato all'arte applicata e alla committenza ?

Senza dubbio. In tal senso la penso come Ugo Nespolo ed anche per questo siamo amici. Però prediligo fare quadri qualitativamente interessanti. In genere ogni anno dipingo due grandi opere da destinare a luoghi pubblici, all'incirca di metri 5x10. L'ultima, eseguita interamente da me , si trova nel Palazzo dei Priori ad Arezzo.
In Italia lavoro sempre da solo e compongo musica per pianoforte.

- Annullare l'individualità può essere positivo ?

É impossibile eliminarla completamente. Ho provato, ma ogni volta emerge la mia identità.
Del resto tutti lavorano insieme con altri. Nessuna persona, compreso l'artista, agisce senza collaboratori. Per fare un esempio banale, anche nella vita di tutti i giorni, quando ci alziamo, chiediamo consiglio alla moglie sul come vestirci o quando andiamo a tagliarci i capelli, collaboriamo con il barbiere.

- Personalmente svolgi anche un'attività teorica ?

Si, ma senza troppe complicazioni. Rientra in questo il mio scrivere sull'arte.
Ho cominciato a farlo su una rivista americana intitolata "Shout Magazine" ed ho intenzione di pubblicare articoli su artisti italiani. Ho iniziato, da Giulio Turcato a cui dovrebbe essere dedicata una grande retrospettiva al Moma di New York. É un peccato che in America nessuno conosca Turcato, considerato il migliore astrattista italiano. Parimenti in Italia nessuno sa chi sia Ivan Albright, americano figurativo di grande valore, anch'egli scomparso.
I galleristi in Italia viaggiano poco, per cui in Giappone, ad esempio, quasi mai sono proposti agli italiani. Io sto lavorando per cambiare questo sistema. Così cerco galleristi per i miei amici.

- So che in America tieni il programma televisivo settimanale "Inside Kostabi". Com'è strutturato ?

Rispondo al telefono. Qualche volta metto in onda le mie telefonate di affari come "evesdropping"; intervisto persone, suono il pianoforte, disegno, colloquio con i miei assistenti via telefono, vendo quadri discutendo e contrattando.
Questo interessa molto alla gente. Faccio anche programmi in cui do consigli per viaggiare e sono anche disponibile a trattare altri argomenti che mi vengono proposti.

- A cosa è dovuta la tua frequentazione dell'Italia ?

Negli anni Novanta ci sono venuto per le mostre e mi sono innamorato di questo Paese. I miei amici di Milano mi hanno consigliato di vivere a Roma che è una città più internazionale, in questo periodo particolarmente interessante per la ricorrenza del Giubileo. Ho seguito il consiglio e sono molto felice della scelta. Vivo un mese qui e uno in America.
Mi piace la qualità della vita italiana, più sensibile, tranquilla. Mi piace la gente.

- Roma si vede già nei tuoi quadri ?

Comincio a trarne dei soggetti. A Roma mi sento particolarmente ispirato dai capolavori dei grandi artisti e dalle architetture di varie epoche storiche.

- Per la prima volta a San Benedetto del Tronto ti sei cimentato in una scultura installata in un luogo pubblico. É frutto di una progettazione plurima ?

Ho fatto da solo il disegno, però ho scelto il soggetto tra tanti con l'aiuto di Nespolo. Poi la fonderia di Walter Vaghi a Milano l'ha realizzata. É un'opera dal grande significato ideologico, vuole trasmettere un messaggio. Si intitola "Guardare attraverso non è come guardare dentro". L'uomo apre la finestra del suo cuore per dare ospitalità e pace.

- C'è un rapporto tra le tue composizioni musicali e visuali ?

Sì, in tanti sensi. Intanto disegno ascoltando musica e i miei collaboratori lavorano mentre un'orchestra fa le prove nel "Kostabi World". Sono idealmente vicino a Kandinskij e Mondrian, entrambi artisti che hanno avuto un significativo rapporto con la musica.
Nell'arte visiva e nella musica trovo lo stesso ritmo.

- Quali caratteristiche ha la musica che componi ?

É classica e contemporanea; riflette la mia poetica al pari dei miei disegni. Sono ispirato da Strawinskij, Satie e dalle canzoni folcloristiche dell'Europa dell'Est. É una musica strumentale per piano, melodica. Seguo le armonie del mio animo, della natura. Collaboro in Estonia con Lepo Sumera (un grande autore che fa le orchestrazioni per pezzi da pianoforte).Lavoro anche con Kristjan Jarvi (direttore d'orchestra americano).
In un concerto all'aperto, per l'inaugurazione della mia scultura, a San Benedetto del Tronto ho eseguito nove pezzi che fanno parte del mio primo disco. Parafrasando Sinatra, si intitola "I did it steinway". É uscito a New York da poco e la casa editrice distribuisce lo sta diffondendo in tutto il mondo.
Fino ad ora ho tenuto cinque concerti: in Giappone, due da Pio Monti a Macerata, a Brescia in un Festival di Music-art (una contaminazione con Giovanardi e la band rock italiana Timoria) e - come ti ho detto - a San Benedetto del Tronto.

A cura di Luciano Marucci

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