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Istantanea
23 febbraio 2002 - 23 marzo 2002 presentazione a cura di A. B. Oliva |
(presentazione di Achille Bonito Oliva)
Mario Schifano elimina dall'immagine
il carattere naturale, pittura o fotografia.
La fotografia in
particolare diventa uno strumento di mobilità concettuale che
evita qualsiasi identificazione dell'artista con l'opera e
dell'arte con il mondo.
La superficie diventa il campo di
apparizione iconografica su cui si intrecciano l'occhio meccanico
dell'obiettivo fotografico e la pulsione della mano che segna la
foto.
Schifano dunque opera come sempre in una doppia direzione. Più
che il grande senso della storia, generalmente catturata attraverso la
pittura, con le polaroid invece egli cerca di restituirci gli attimi
fuggenti della vita telematica, le pulsazioni di una cronaca
sfaccettata e multiculturale.
L'artista multimediale in
questo caso vive molti climi culturali, transnazionali, policromatici e
poliglotti. Sempre comunque produttivi di un costante presente che
rifugge la nostalgia del passato e piuttosto cerca di sospettare i
segnali del futuro.
La fotografia istantanea nella sua frammentarietà tenta comunque di dare
un'idea di totalità, sistematicamente attenuata da
un'irruzione ironica che distanzia il pathos della
rappresentazione.
Il tema costante, documentato anche da questa mostra, è quello
della relazione dell'artista col mondo che lo circonda, una
spaziotemporalità pulsante di immagini, suoni, forme e
colori.
Così la fotografia in Mario Schifano ormai ha
varcato il guado e non può più essere considerata un
linguaggio subalterno dell'arte. L'occhio meccanico e
obiettivo della macchina fotografica non ha alcun automatismo che lo
obbliga a coniugare la stessa ottica, ma è aperto a molti
stimoli e memorie che gli consentono ormai variazioni e spostamenti.
Comunque resta il fatto che qui la fotografia tende sempre a sottrarre
un dato alla realtà delle sue relazioni d'insieme (il
flusso catodico) e consegnano alla definitività dell'attimo
e dell'istantaneità.
La fotografia dunque
effettua come uno strappo delle cose, una riduzione di superficie
attraverso cui affiorano persistenze e residui di profondità.
L'occhio del fotografo Schifano parte da una pratica costante, che
è quella dell'assedio, di uno sguardo circolare per poi
passare a un affondo che viviseziona il panorama di insieme e estrapola
il particolare.
Velocità e congelamento sono le polarità entro cui si
muove la fotografia. La velocità è dettata dalla
necessità di passare in rassegna il campo visuale
d'insieme, su cui scorre l'occhio prensile del fotografo.
Il congelamento è il portato della scelta e della preferenza
denunciata dalla inquadratura che stabilisce così il bordo della
visione, il confine che separa e privilegia il dettaglio. In questo
senso la fotografia è un esercizio linguistico, in quanto
determina un oscuramento delle parti non messe a fuoco
dall'obiettivo e lasciate fuori dall'immagine, col
conseguente abbagliamento del dettaglio privilegiata.
Mario Schifano ha capito che il linguaggio dell'immagine fotografica non
si discosta da quello delle altre arti. L'arte in generale
è sempre pratica splendente di un'ambiguità senza
soste, il linguaggio dell'arte non parla mai direttamente e
frontalmente del mondo ma lo coniuga sempre obliquamente e
trasversalmente. Insomma egli ha capito che anche la fotografia, che
tradizionalmente sembrava porsi frontalmente rispetto alle cose come
pura registrazione, possiede invece un occhio obliquo e laterale che
guarda le cose e le riflette modificate di segno, spostate in un altro
luogo.
Mario Schifano ha compreso che la fotografia lavora nella
direzione del ready-made, dell'oggetto bello e fatto, che comunque
non resta mai tale dopo il suo spostamento sulla pelle della
pellicola.
Il taglio che il fotografo effettua, costringe il dato ad approdare a
una sua involontaria assolutezza, confinante con una splendente e
esibita solitudine che annulla ogni realtà confinante,
riducendola a puro sospetto visivo, cioè a fantasma che si
può soltanto ipotizzare.
Il fantasma in questione
è quello telematico, l'immagine di un territorio televisivo
entro cui l'artista ha scelto di abitare stabilmente. Il
metalinguaggio ha sempre sostenuto la sensibilità di Mario
Schifano che ha avuto con le tecniche di riproduzione meccanica
dell'immagine un rapporto flessibile e leggero, quasi
orientale.
Ma anche segnato dall'euforia impaziente che dava mobilità
ad un occhio volubile e cannibalesco, pronto a catturare i dintorni
televisivamente esterni, transitanti negli interni del suo spazio
domestico.
Ma l'occhio è sempre accompagnato dalla
febbrilità della mano, continuamente in esercizio. Da qui la
coazione a segnare migliaia di fotografie con la griffe della sua
pittura.
Così le stimmate di Mario Schifano slittanti e mai geometriche segnano anche il
campo della fotografia, per un nomadismo creativo capace di lasciare
piccole tracce, anzi minime. Un cortocircuito tra interno ed esterno,
finestra del mondo e occhio fotografico, tubo catodico e fisiologia di
una mano sempre graziosamente impulsiva.
Scorrevole e delicato il passaggio sul mosaico di fotografie disposte
in migliaia di esemplari, esemplificazione moltiplicata di un tassello
infinitamente bidimensionale su cui scorre velocemente l'artista
con la sua mano e l'occhio dello spettatore col proprio
sguardo.
Sotto la mano dell'artista, prima, e l'occhio
dello spettatore, dopo, transitano immagini appartenenti al campo
affettivo e a quello sociale, in cui un intreccio tra il sentimentale e
l'esplorativo, secondo una frequenza volubile di tempo e spazio.
Schifano si conferma artista totale, produttore di un'arte
istantanea che sintetizza nell'occhio e la mano uno spaccato di
vita senza soluzione di continuità.
Un eclettismo stilistico guida l'occhio o regge la mano di Mario Schifano che
non si identifica mai con l'oggetto o il personaggio televisivo
sottratto dal piccolo schermo e miniaturizzato sulla superficie della
Polaroid con un cerimoniale aggiunto, una svelta decorazione pittorica
che sigilla l'immagine.
L'assemblaggio visivo avviene fuori da qualsiasi ordine
progettuale, ma segue il dettaglio di un accumulo che genera ogni volta
un diverso statuto iconografico.
È lo stile dunque a
determinare la realtà dell'arte che non si mette in
competizione col mondo ma stabilisce un accento di originalità.
Sorprendente e leggero.
Achille Bonito Oliva