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Isgrò Emilio

LA COSTITUZIONE CANCELLATA

27 novembre 2010 - 31 gennaio 2011

A cura di Marco Bazzini


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LA COSTITUZIONE CANCELLATA

“Questa mostra è il grido di dolore di un artista per l’Italia che si sfascia”.
Emilio Isgrò

Emilio Isgrò cancella la Costituzione Italiana come rappresentazione di un crimine annunciato. "La mostra porta un sottotitolo –spiega l’artista- rappresentazione di un crimine, ed è l'annuncio di un'Italia che rischia di sfaldarsi, mentre tutti gli altri Paesi del mondo serrano le fila per meglio resistere alle pressioni di una globalizzazione che, oltre ai suoi pregi, mostra sempre più i suoi limiti”.

Dopo l’inno di Mameli, quindi, annerito nell’opera Fratelli d’Italia, ancor più oscura arriva la notizia logoclasta di un paese che non si ritrova. Per fugare ogni dubbio di una facile provocazione, tuttavia, l’artista 73enne precisa: “Io rappresento la situazione attuale, senza prendere necessariamente una posizione. Poi saranno le coscienze a decidere”. E aggiunge ancora: “Non è stato facile per me accingermi all'impresa. Temevo, infatti, che essa venisse scambiata per una inutile provocazione. Mentre io, leggendo la nostra Costituzione, sono stato toccato soprattutto da due cose. Primo, dalla lingua, un italiano fluido e disadorno che non ha niente a che vedere con il burocratese al quale ormai siamo abituati. Secondo, dall'altezza dei princìpi ai quali i padri costituenti improntarono il loro testo”.

Dalle pagine della carta costituzionale emergono qua e là poche parole, che danno un nuovo senso al tutto. “L’arte ha diritto di sciopero”, si legge assemblando le sillabe risparmiate dalla mano cancellatrice. L’ambiguità tra oblivione e rinascita è tutta serrata nel motto poeta, drammaturgo e artista visivo: “Cancellare non è negare, ma arare il campo della scrittura dove far nascere nuovi sogni e nuovi pensieri”. Nuovi pensieri e nuovi sogni da cullare in un’Italia non più dormiente -come nella grande scultura che accompagna libri e tele- ma oramai desta per incontrare un destino migliore. “Ne è venuta fuori un'opera di poesia –chiosa Isgrò-, frutto di uno struggimento civile e di una grande pietà per questo povero Paese che forse non merita il destino che gli è stato assegnato".

Fondamenti di un linguaggio
di Marco Bazzini

Oggi, con questa nuova avventura dove senza finzione ha cancellato la carta costituzionale italiana, è arrivato il momento di denunciarlo, almeno pubblicamente.

Emilio Isgrò da quasi cinquant’anni - manca veramente poco - stende le sue cancellature (un gesto semplice di velatura a coprire singole parole o immagini) sui libri, le memorie, i simboli della nostra cultura letteraria e visiva. Non conosce moderazione, Isgrò, che ha lavorato costantemente ai fianchi i nostri valori comuni, la storia passata e recente, gli eroi e gli uomini di cultura che da sempre ammiriamo. Ha praticato il disorientamento e certamente questo gli ha permesso di mai presentarsi come affiliato, chierico di parrocchia, appartenente a un clan, ma di organizzare un gesto solitario anche se non in solitudine.

Prima di adesso le occasioni per una pubblica segnalazione non sono certo mancate, è sempre stato generoso, mai è venuto meno all’azione di grande cancellatore e ha offerto, più volte su un piatto d’argento, motivi di dibattito e di confronto. Come quando, all’inizio degli anni Settanta, ha cancellato tutti i volumi dell’Enciclopedia Treccani, modello della cultura nozionistica, ma anche i grandi miti, umanizzandoli nel mimetismo, di quell’epoca rivoluzionaria e politicamente travagliata che in molti glorificavano: Marx, Engels, Mao, che, immersi nel rosso, compiono banali azioni vestiti di rosso. Da poeta, qual è stato fin dalle origini, ad artista qual è, non si è mai negato il lusso della parola, convinto che questa abbia più forza della spada (per rimanere ai tragici anni di piombo della P38). Recentemente ha cancellato l’inno nazionale, Fratelli d’Italia (2009), il famoso telegramma di Garibaldi da Bezzecca con cui si sottoponeva alla volontà altrui, Disobbedisco (2010), mentre più di vent’anni fa non ha esitato a tornare su una delle pagine più oscure dello stragismo del nostro paese con L'ora italiana (1986). Nemmeno per una recente mostra a Istanbul ha graziato Kemal Atatürk, l’intoccabile padre della patria della Turchia moderna, e dopo Mao qualcos’altro inventerebbe per i cinesi, qualora sia invitato in questo grande paese. Isgrò non teme il confronto con i regimi, con l’opinione comune, con le iconografie, con tutto quanto diventa modello, consuetudine, quotidiano orientamento.

Non devono essere dimenticate, a questo proposito, le carte geografiche (più volte ha cancellato il nostro Stivale o la sua Sicilia, ma anche l’Europa o il mondo), i particolari ingranditi o le estrazioni di lettere, dove ha ridotto all’anonimato i più noti personaggi pubblici e politici o i più celebri capolavori del pensiero occidentale. Un modo diverso di cancellare, ancora una volta per evocare, restituire senso al frammento, all’infinitesima particella, all’unità lettera o alla notazione musicale. E poi la riflessione sull’identità, dove lui stesso si è fatto gioco di sé, prima destituendosi da autore nel Cristo cancellatore (1968), dove una nota al testo esplicitava: “L’editore avverte che queste pagine sono state cancellate da Gesù Cristo”, poi affermando di non essere lui, Dichiaro di non essere Emilio Isgrò (1971), per cancellare queste prime proprie cancellazioni dopo quasi quarant’anni, Dichiaro di essere Emilio Isgrò (2008), e subito dopo sostenere di esserci e non esserci, con l’opera in lingua turca Var ve yok (2010), per ritornare a quell’anonimato che da sempre caratterizza le nostre vite e quelle degli insetti, api e formiche, che da qualche anno si sono impadronite delle sue superfici.

È impossibile raccontare tutto il corpus della sua opera, ma è possibile sintetizzarla nel suo saper toccare i nervi scoperti della nostra società, nel saper essere attuale nei dibattiti che la coinvolgono senza scadere nella cronaca ma restando nei confini, mai certi, dell’arte. È responsabilità dell’artista stare appieno nel proprio mondo. Isgrò è certamente un militante (un artista non può non esserlo), vive il suo tempo profondamente ma nell’opera lo riporta su un piano di atemporalità storica, perché fornisce un’esperienza sconcertante - e allo stesso tempo attraente - per il carattere innegabilmente giocoso, ironico ed estetico della sua opera. Che a sua volta è anche seriosa, letterale e ruvida per essere degno erede della stessa dialettica del suo compaesano Gorgia da Lentini maestro di retorica. Parlare un’altra lingua, è questo che fa Isgrò, una lingua che come prima proprietà affonda la sua esistenza nell’eccezione all’ascolto. Ascoltare: un bene oggi assai raro ma che non può non appartenere a chi con il linguaggio intende non soltanto chiacchierare.

Se le cose stanno così, la notifica che è stata all’inizio promessa non denuncia certo il carattere provocatorio della sua opera, tanto meno di quella presentata in questa occasione, opera che nasce sempre da quell’agire addosso ai temi che giornalmente ci investono e che i mezzi di comunicazione di massa impongono all’attenzione, per la verità un po’ distratta, di noi pubblico, a nostra volta ora annoiato dal continuo rumore di fondo su cui le notizie contraddittoriamente si inseguono. Un dimenticare in sequenza caratterizza la nostra comprensione del quotidiano, non per arrivare a una chiarezza, ma piuttosto a un muto oscurantismo. Tutto il contrario di quanto interessa a Isgrò.

Certamente, non possiamo non dire che sia stato sempre sulla notizia, Isgrò conosce bene gli stratagemmi della comunicazione, è stato per lungo tempo giornalista professionista, e proprio per questo non ha nessuna voglia di cedere né alla provocazione fine a se stessa (quante ne vediamo in questo momento!) né al commento dell’opinionista; non vuole limitare la sua libertà di azione, non intende abbracciare qualche falsa e momentanea coscienza che possa limitare la sua autonomia d’artista. L’arte, che nella comunicazione trova la sua radice, infatti non accetta un governo, preclusioni, rimane imprevedibile, irragionevole, senza freno nel suo corso tumultuoso. È il gesto creatore dell’artista che provoca un’effrazione all’atto comunicativo – direttamente nel corpo del linguaggio - non ancora riconoscibile dall’osservatore.

Che oggi la nostra Costituzione subisca attacchi, che sia oggetto di un tentato scasso con il più becero piede di porco, è un dato incontrovertibile, ma questi suoi ultimi lavori, per tutto quello che abbiamo detto finora, non possono essere ridotti a un irritante commento visivo, a un’illustrazione di quanto con gravità o ignoranza stiamo vivendo, e nemmeno assunti a immagine letterale da parte di una fazione favorevole a questo tradimento.

Metaforicamente un’onda nera, come quella che quest’estate ha invaso l’oceano Pacifico e ha distrutto la sua vita e quella delle coste (e non ci illudiamo che le conseguenze non siano arrivate anche da noi), tenta di soffocare i fondamenti del nostro vivere civile, ma questa marea non corrisponde al colore steso dall’artista sulle parole scritte dai padri fondatori. Quello di Isgrò è da sempre uno stendere colore che non contiene, ancora metaforicamente, sostanze nocive, tossiche, pericolose per noi e per le nostre idee o valori. Le dense macchie non opprimono, non estinguono, ma piuttosto conservano quanto giace sotto il loro farsi pellicola protettiva, donano un nuovo respiro, palpito alla parola svelata, offrono nuove possibilità a ciò che è nascosto e a quanto resta visibile.

La denuncia che vorremmo sporgere in quest’occasione è invece questa: Isgrò, cancellatura dopo cancellatura, ha fondato un linguaggio non tanto de iure quanto de facto.

Come un terremoto di alta magnitudine crea una nuova morfologia terrestre, così Isgrò ha inciso sull’arte, anche se silenziosamente e nel tempo, non soltanto perché è tra i pochi che nella seconda metà del secolo scorso ne hanno sconvolto il terreno ma, e ora con quella distanza data dal tempo possiamo ben dirlo, le ha reso nuova linfa attraverso l’uso sistematico di un elemento, la cancellatura, che è diventata una nuova grammatica del fare arte nel tempo presente. Non si tratta, infatti, di un gesto isolato, di una trovata più o meno felice nel corpo della sua opera, ma di regola fondante un sistema dotato di simboli per tornare a parlare a tutti e quindi a rinnovare il grande mistero comunicativo dell’arte. Un gesto ripetuto, la cancellatura, che però non ripete mai se stesso, si rinnova e muta nel suo stesso essere e farsi regola. Non è un caso che la macchia da nera, come quella dei primi tempi, si sia fatta anche candida negli anni Ottanta e oggi evanescente, trasparente come una velatura. Ha saputo circuire la pittura senza diventare gesto privilegiato del pittore, scalzare la referenzialità dell’immagine pur in unione con la parola. Superati a destra Magritte e l’arte concettuale che pur ha saputo nei primi momenti della sua carriera anticipare. Oltrepassata anche l’ermeneutica pur avendo sempre mirato alla sfumatura di senso che una parola o un’espressione hanno o acquisiscono in aggiunta al loro significato originale e in coesistenza con una sensazione visiva, sia essa proveniente da un tratto di cancellatura, da un monocromo, da un particolare che nell’ingrandimento ha cancellato la sua stessa distintiva ragione d’essere. Oggi potremmo dire che non rappresenta nemmeno più una poetica, perché è strumento creativo di un discorso che può essere parlato da tutti. La cancellatura è democrazia come l’arte, quando è arte, è democratica: libera espressione di un pensiero attraverso il linguaggio. È cosa nota che colui che parla può formare sempre nuovi enunciati applicando un numero limitato di norme. ‘Uso infinito di mezzi finiti’, ha detto il grande linguista americano Noam Chomsky. E la cancellatura, senza dubbio un mezzo finito anche fisicamente nei suoi determinati confini di singola macchia, diventa allora unità e regola di un nuovo discorrere etico ed emancipante.

Termini che ci riportano immediatamente al tema oggi cancellato da Isgrò, ovvero la Costituzione italiana, la carta che rappresenta il fondamento civile di uno Stato in cui non si riserva a nessuno privilegi di alcun genere perché il suo obiettivo è la cura di tutti. La Costituzione è ancora la grande pista di decollo verso il futuro per una democrazia emancipante dove i principi non sono derogabili o negoziabili, ma fonte di spinta al continuo miglioramento del tasso di democrazia e argini a ogni tentativo di arretramento. La Costituzione produce novità e regola la cancellazione (caducazione, termine tecnico) delle disuguaglianze o delle norme che non sono al passo con i tempi. La Costituzione è un messaggio alto, quasi rivoluzionario, sia che la si legga come libro di storia, rivolgendosi al passato da cui è nata, sia che la si consulti come scrigno dei diritti e doveri per indirizzare il futuro. Basta guardarci dentro. E Isgrò non poteva non farlo, ci ha ficcato il naso, si è messo a cancellare e ne è nata una versione riformata, non stravolta o deturpata. Si è messo in ascolto di quei punti vitali, qualificanti, della bella scrittura dei padri fondatori, ma ha iscritto questa sua legittima revisione nel campo più alto della ricezione estetica che contempla al suo interno fenomenologie che si differenziano dalla forma giornalistica e giuridica. Si è inoltrato in questa ‘cattedrale’ e ne ha vissuto gli spazi, gli scorci, ha camminato, cancellatura dopo cancellatura, sotto le grandi volte, e di questa sua visita ci ha lasciato non tanto le parole ma opere fatte di un sapere altrettanto autentico e di grande impatto formale.

"La Costituzione è da scrivere con la vostra vita" ci dice il Presidente emerito Oscar Luigi Scalfaro, e Isgrò questo monito lo ha rispettato come artista e cittadino. È nata così questa rappresentazione di un crimine, come recita il sottotitolo, che però non deve essere letta come il racconto di un’azione delittuosa, quell’azione che ambiguamente avremmo voluto denunciare nel nostro inizio. Ancora una volta Isgrò gioca con le parole: crimine deriva dal latino cernere, e cioè distinguere, decidere. Distinguere è il suo lavoro al setaccio per rendere ‘splendente’ attraverso la rivelazione di alcune parole la pagina tempestata di dense macchie nere. Decidere cosa cancellare è il suo modo per dare nuovo senso, continuare a far leggere in diversi modi questa nostra amata e offesa carta, il fine dell’opera d’arte è essere ambigua. La Costituzione di Isgrò ci racconta l’oggi ma anche il suo opposto speculare.

Una indivisibile minorata, recita la prima tavola, ma anche nelle successive Nessun membro del Parlamento può essere arrestato nell’atto di commettere un delitto, o ancora Non sono proibite le associazioni segrete. Certo Isgrò non si risparmia nell’ironia, è una delle sue principali caratteristiche: Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto sette anni, non c’è commento per la sua chiarezza, Si può rinunciare al Molise, ribadendo come questa regione sia sempre stata dimenticata anche negli elenchi delle interrogazioni di geografia a scuola. Anche quando dichiara che costituzionalmente L’arte ha diritto di sciopero, non fa riferimenti autobiografici o cerca una condizione di visibilità al settore in questo paese invisibile per eccellenza (ne abbiamo avuto prova in questi giorni). Piuttosto rivendica il disordine da cui l’arte si abbevera, ricordandosi che l’altro suo grande e impegnato concittadino Leonardo Sciascia scrisse ne Le parrocchie di Regalpetra: “Se domandate a un galantuomo che cosa è l’ordine avrete la risposta più azzeccata; magari vi metterete a ridere ma, ripensandoci, vi accorgerete quanto azzeccata è: L’ordine - dice il galantuomo – è la proibizione di fare sciopero.” Considerazioni, forse amare, come lo sono anche La giustizia è amministrata da giudici spaventati, Nessuno può essere privato del Capo, che ledono quell’autonomia che invece Isgrò, nella sua responsabilità di artista, ha sempre testimoniato. Se ai primi degli anni Sessanta il paragone tra Dio e la macchina nella famosa opera Volkswagen (1964) non fu gradito dai vertici della casa automobilistica ancor meno lo sarà quel È vietata la F iat, che nei fatti di cronaca perde ogni retaggio rivoluzionario e trova una storica spiegazione in Corrono corrono (1965), opera in cui in cui era presenta l’immagine di alcune macchine insieme a un testo che recitava: corrono sulle nostre teste / giorno e notte corrono corrono. Rimandi alla nostra storia recente!

Cancellare la Costituzione è stato per Isgrò realizzare un nuovo affresco dell’Italia contemporanea, ma non ricorrendo a una narrazione lineare, quanto piuttosto riproponendo la forma del romanzo elementare che - non dimentichiamolo, è anche scrittore e drammaturgo - aveva già sperimentato negli anni Settanta con L’avventurosa vita di Emilio Isgrò nelle testimonianze di uomini di stato, scrittori, artisti, parlamentari, attori, parenti, familiari, amici e anonimi cittadini (1974) e nel successivo Marta de Rogatiis Johnson (1977). Al romanzo tradizionale e compiuto in una trama Isgrò ha opposto una forma semplice, incompiuta e lacunosa che non racconta nessuna storia effettiva e evidente, ma si limita a suggerire varie possibilità di racconto: colui che legge è chiamato dallo scrittore ad approfittarne, a coglierle, a confrontarsi con l’invenzione linguistica, a elaborare il testo colmandone le lacune. In questo caso l’Isgrò scrittore invita a sperimentare di persona l’ambiguità del linguaggio e la sua assoluta disponibilità a farsi strumento di riconoscimento, di occultamento, di invenzione della realtà.

Da sempre allo spettatore Isgrò richiede partecipazione diretta all’opera, completare l’opera oltre la sua visione, non si accontenta del solo contemplare. È una dinamicità che ha a che fare con il carattere lento dell’operosità, del rispetto del ruolo, dell’adempiere a un invito; atteggiamenti che negli ultimi anni hanno trovato diretta testimonianza sulle opere dell’artista che, come è stato già detto, sono state popolate da formiche e da api. Insetti da sempre simboli dell’anonimo lavoro quotidiano, della vita giornaliera, ma che allo stesso tempo hanno avuto un ruolo importante nella mitologia e nelle antiche civiltà mediterranee.

Le api sciamano nelle opere di Isgrò, forse per nutrirsi del polline delle parole, mentre le formiche invadono le superfici, proprio come le cancellature, quasi fossero la loro ultima trasformazione. In alcuni dei lavori dedicati a questo ciclo sulla Costituzione questi piccoli insetti nel loro girovagare alla ricerca di cibo formano scritte sui muri, è la cancellatura che si fa direttamente scrittura. Sono frasi come Viva Stalin, Viva Togliatti, Viva De Gasperi, Viva il Popolo o la più goliardica W la f… che rimandano agli anonimi graffiti che un tempo invadevano le nostre città, quel tempo in cui nonostante la dichiarata appartenenza politica esisteva il rispetto e il desiderio di creare una casa comune, quella casa comune che appunto è la Costituzione. Era un’altra Italia, fatta sì di scontri ma che andava a costruire un paese e un futuro soprattutto per le generazioni successive, che voleva lasciare qualcosa di importante per chi veniva dopo. Non è certo questa l’Italia di oggi, quella che viviamo e che Isgrò ci propone come una figura distesa su un letto, coperta fino alla base della corona turrita, riprendendo l’allegoria dell’araldica civica che campeggiava nella celebre serie dei francobolli siracusani (ancora un rimando alla sua terra alla quale è molto legato?), immersa in un sonno profondo e disturbato come dimostra il suo forte russare. È l’immagine di un paese immobile, uno dei rari saggi che l’Isgrò scultore ci ha dato in questi ultimi anni con i Semi di arancia e il Monumento a Garibaldi (parte dell’installazione più complessa de Lo sbarco a Marsala (2010), che è calpestata e invasa dalle blatte, gli insetti che nell’immaginario collettivo rappresentano l’immondo incutendo ribrezzo e disagio. Vivono nella sporcizia e negli ambienti malsani e per l’uomo sono di danno soprattutto per l’infestazione dei generi alimentari, di ciò che ci nutre e ci è indispensabile per le nostre funzioni vitali quotidiane. Ancora una metafora amara per quei valori, princìpi, diritti e doveri che tengono in vita uno stato; una metafora piena di sconforto come lo furono le parole del grande scultore rinascimentale Michelangelo quando, nella sua famosa quartina in risposta a Giovan Battista Strozzi per un elogio alla statua de La notte realizzata per il sepolcro di Giuliano di Nemours nelle Cappelle Medicee a Firenze, scriveva, alludendo alla Repubblica fiorentina:
Caro m'è ‘l sonno e più l'esser di sasso
mentre che il danno e la vergogna dura:
non veder, non sentir m'è gran ventura,
però non mi destar, deh, parla basso.

Ma è anche il rimando a quell’immaginario popolare e infantile da lieto fine come quello de La bella addormentata nel bosco, favola in cui Isgrò si è riservato di non cancellare la frase: "Mio principe, quanto mi avete fatto attendere!" (La bella addormentata nel bosco, 1972, libro d’artista, Edizione Lucini, Milano).

Per ora restiamo ancora tutti in attesa, però consapevoli che dopo questa avventura offerta da questo grande interprete del nostro tempo, per chi ha autorevolezza - e Isgrò la ha sulla parola e nell’arte - il primo male è non esercitarla.

 
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