copertina mostra

Isgrò Emilio

MODELLO ITALIA (2013 - 1964)

20 giugno 2013 - 06 ottobre 2013

A cura di Angelandreina Rorro


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Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma

EMILIO ISGRO'
Modello Italia
(2013 – 1964)

a cura di Angelandreina Rorro

La mostra Emilio Isgrò. Modello Italia (2013 – 1964) a cura di Angelandreina Rorro ha aperto il 19 giugno 2013 presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

La mostra di Emilio Isgrò comincia volutamente dove finiva l’antologica che il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato presentò nel 2008 con il titolo Dichiaro di essere Emilio Isgrò rovesciando i termini della storica affermazione Dichiaro di non essere Emilio Isgrò, l’opera realizzata nel 1971.

Dichiarando la propria identità l’artista siciliano si è assunto la responsabilità di tutto il percorso precedente e ha dato inizio a una nuova stagione creativa che completa e raf-forza il valore della produzione già storicizzata in una prospettiva di attualizzazione storica. Questo passaggio conferisce nuovo senso alla pratica della cancellatura, segno di-stintivo della poetica di Isgrò, che ne ha fatto una essenziale figura di riferimento anche per le nuove ricerche artistiche.

L’intenzione è quella di mostrare e dimostrare, in una sorta di percorso a ritroso, l’attualità dell’arte di Isgrò, ma anche come le ultime opere siano strettamente legate alle prime. Le installazioni spettacolari e complesse dell’ultimo periodo si compongono infatti degli elementi delineati già dagli anni sessanta e settanta, proseguendo e ampliando le tematiche e i segni primitivi dell’artista.

"Il mio Modello Italia – afferma l’artista - è un modello identitario che, partendo dall’arte, vuol recuperare quella unicità culturale che dal Rinascimento al Futurismo ha imposto l’Italia al rispetto del mondo. Perché sì, è vero, siamo economicamente e politicamente in crisi, una piccola potenza ormai. E tuttavia restiamo pur sempre una grande potenza culturale in grado di competere sui mercati globali. È da questa consapevolezza che dobbiamo ripartire noi artisti se vogliamo segnare le vie del coraggio anche all’economia e alla politica. Direi che il nostro è un dovere patriottico: per il nostro si-stema Paese e per la stessa Europa".

Il percorso espositivo parte, nelle sale del piano terreno, dai lavori degli ultimi cinque anni: così l’opera programmatica già citata Dichiaro di essere Emilio Isgrò (2008) convive con assoluta naturalezza con il simbolico Modello Italia (2012), mentre Fratelli d’Italia (2009) fa da contrappunto allo Sbarco a Marsala (2010) in cui la statua di Gari-baldi viene travolta dalle formiche sulle note di Casta Diva eseguite da un carillon.

Dal panorama italiano (La Costituzione cancellata, 2010; L'Italia che dorme, 2010; Cancellazione del debito pubblico, 2011) l'orizzonte si allarga a una visione globale con Weltanschauung, (2007), Var ve yok e Codici ottomani (2010). A questa compagine di lavori si aggiunge un gruppo di opere inedite: giornali italiani cancellati secondo una logica costruttiva che intende indicare la necessità di un nuovo inizio per il nostro Paese e per l’Europa.

Al piano superiore il pubblico ritroverà, invece, una selezione di lavori celebri come Volkswagen (1964), Jacqueline (1965), Enciclopedia Treccani (1970), nonché i primi Libri cancellati, i Telex, i Semi d'arancia e il Particolare ingrandito di Gianni Agnelli, fino alla struggente Ora italiana (1985) ispirata alla strage di Bologna.

Il catalogo Electa, in doppia edizione italiana e inglese, rispecchia la concezione della mostra che cerca di ampliare lo sguardo sull’artista avvalendosi delle testimonianze e dei contributi di intellettuali e personaggi della cultura non necessariamente legati al mondo dell’arte. Si parte dalla sorprendente lettura socio-politica che della Cancellatura dà Ferruccio de Bortoli; si continua con il dialogo inedito tra Gillo Dorfles e l’artista (2010) raccolto da Beatrice Benedetti; e via via con le riflessioni e i punti di vista dello scrittore Aldo Nove, del regista Roberto Andò, dell’artista Maurizio Cattelan, del filosofo Davide Bondì, della laureanda Clelia Mangione che sta lavorando a una ricerca sul tema La cancellatura dopo Isgrò.

Il volume, introdotto da un saggio della soprintendente della Galleria Nazionale d’Arte Moderna Maria Vittoria Marini Clarelli, è corredato da una indagine Demoskopea su Isgrò e l’arte contemporanea condotta da Anacleto Cepelli e si conclude con il testo della curatrice della mostra e con gli apparati bibliografici e fotografici curati da Scilla Isgrò direttrice dell’Archivio Emilio Isgrò di Milano.



Modello Isgrò

di Angelandreina Rorro

Assai acquista chi perdendo impara
(Michelangelo)
Non puoi ricevere nulla se non metti in conto di perdere
(Isgrò)

Emilio Isgrò è uno di quegli artisti che ti arrivano subito, ma che scopri pian piano.
Cattura il tuo sguardo con una sintesi semplice dopo aver elaborato pensieri complessi.
Si pone alla pari ma da lui hai molto da imparare.
E’ uno che non si ferma, perché il successo non cancella il dubbio.
Può parlare di tutto perché ha il dono dell’ironia.
E come tutti i veri artisti è uno che scrive, dipinge, esprime quello che pensi anche tu e che non sapresti mai dire così.
Insomma lo senti vicino e tremendamente attuale.
Quando ricevetti l’invito per l’inaugurazione della mostra La costituzione cancellata nel novembre 2010 (Boxart, Verona) sentii un pugno che colpiva là dove qualcosa già faceva male.
Il sottotitolo era: Rappresentazione di un crimine e sul retro del cartoncino una frase recitava "questa mostra è il grido di dolore di un artista per l’Italia che si sfascia".
Lo conoscevo già e gli scrissi subito per condividere il suo dolore.
Forse parte da lì la storia di questa mostra.

Per raccontarla e per raccontarne il percorso, la tentazione di intervistare Isgrò è forte perché nessuno meglio dell’artista stesso può dire e chiarire il proprio lavoro e lui in particolare sa farlo da scrittore e poeta, ma in questo caso, consapevole del senso che insieme abbiamo voluto dare a Modello Italia, dichiaro di "essere Angelandreina Rorro" e mi assumo la responsabilità di svolgere il mio ruolo di curatrice.

Questa rassegna parte dal 2008, anno dell’antologica al museo Pecci di Prato, curata da Marco Bazzini e Achille Bonito Oliva, per la quale il maestro preparò la grande tela: Dichiaro di essere Emilio Isgrò. Una monumentale pagina bianca dove l’unica scritta risparmiata dalla cancellatura è proprio l’assunzione di responsabilità dell’artista maturo che dopo oltre 35 anni “salda il suo debito con il pubblico” al quale nel 1971 aveva dichiarato di non essere Emilio Isgrò. Da allora alcune opere complesse - che chiamiamo installazioni per semplificare ma che sono in realtà nuclei poetici che si compongono di vari elementi autonomi – si sono susseguite in un crescendo che le ha rese e le rende delle messinscene drammaturgiche ma anche dei commenti artistici alla realtà contemporanea; su queste concentrerò buona parte di queste pagine.

Di installazione drammaturgica si può parlare nel caso del Mantra siciliano per Madonne toscane, opera pensata a chiusura dell’antologica pratese (2008) e composta dalla Madonna delle formiche, che con il Trittico della Magna Grecia, la Giara e l’Ave Maria “doveva dare il senso di un transito senza soluzioni di continuità tra civiltà ellenistica e cristianesimo, situazione quasi normale non solo in Sicilia, ma nel Sud italiano in genere. Il che – spiega Isgrò - crea di fatto un vero e proprio "infinito presente" che pone non poche domande sul significato della società medializzata dal Web, dove non esiste più il passato e non esiste più il futuro, in nome di un "infinito presente" (per l'appunto) che macina tutto e il contrario di tutto, tutto distruggendo e tutto cancellando."
La voce dell’artista che recita una litania in dialetto, vuole sottolineare la situazione di staticità invocando i santi e le formiche insieme, come in un rito propiziatorio e proprio le formiche, presenti largamente in questo lavoro vanno interpretate come delle "cancellature mobili" che aggrediscono le forme o vi si adagiano.

Fratelli d’Italia. Fratelli di Sicilia, composta da cinque grandi serigrafie su tela, è la significativa evoluzione di Fratelli d’Italia opera progettata da Isgrò per la mostra che il Credito Valtellinese promosse a Milano presso il Palazzo delle Stelline e approdata poi ad Acireale nel 2009. Ad essere cancellato questa volta é l’inno d’Italia, azione che si carica di notevoli significati ideologici e civili. Tra le poche lettere o parole risparmiate emerge il passaggio "Italia/Schiava": forse di un passato che la rende incapace di ritornare ad essere protagonista.
Ancora una volta Isgrò affida all’elaborazione e alla de-contestualizzazione della struttura semantica un senso opposto, nel tentativo di intervenire sulla realtà o almeno sulle coscienze, modificando la scrittura. Lo dimostra il fatto che il maestro offre ai visitatori dei formiconi da apporre sulle tele (azione svoltasi per l’apertura di entrambe le mostre), trasformando l’opera in una installazione e in una performance il cui titolo completo era proprio L’invasione delle formiche ovvero fratelli d’Italia. Si tratta del tentativo di riappropriarsi dell’identità nazionale in un momento in cui tale identità sembra vacillare e nel quale il tema della Sicilia torna significativamente come radice personale e come richiamo all’unità culturale – e non solo - della nazione.

Siamo ancora nell’isola natia dell’artista con Sbarco a Marsala, progettato attraverso una sceneggiatura che immaginava perfettamente la visione del risultato descrivendola: “Quattro pianoforti di legno bianco marmorizzato e lucidato a cera. Dietro ogni pianoforte, invisibile all’occhio, un tubo di neon a luce fredda: lo strumento è come sospeso nel buio, liberato dal suo stato di gravità. Una minuscola, pallida luce illumina le partiture, attraversate in lungo e in largo da un esercito di formiche, impastandosi con le note e le indicazioni del compositore. Dalle partiture le formiche sciamano sulle tastiere aperte, sui fianchi, sulla cassa dello strumento, sui muri, fino a occupare tutto lo spazio. Le quattro partiture sono trascrizioni per pianoforte di opere belliniane: Norma, I Puritani, La Sonnambula, Il Pirata. Le stesse pagine che le ragazze siciliane di buona famiglia suonavano nel 1860 per allietare i parenti e gli amici nelle sere di festa. Dalle casse dello strumento, tuttavia, non è il suono ben riconoscibile del pianoforte che sale per l’etere, ma una estenuata, struggente Casta diva, riverberata da un carillon nella luce lunare. Su tutto questo, possente, forse minaccioso, forse liberatorio, sovrasta un candido piedistallo con l’iscrizione classica: “A Giuseppe Garibaldi il popolo siciliano”. Ma l’Eroe dei due Mondi è sparito sotto una montagna di formiche: se ne intravede lo stivale, le quattro zampe del cavallo… Nient’altro. Una promessa che ancora attende di essere mantenuta. E tuttavia indecifrabile, oscura.
Anche in questo caso sono presenti le formiche che formano sui muri la scritta "Viva Garibaldi". A corredo dell'installazione troviamo il telegramma cancellato di Garibaldi "Disobbedisco" e il "Decreto del baciamano" (entrambi a Marsala stavano fuori dalla sala espositiva, come prologo in piena luce).
Ma c’è di più: una performance in pieno stile teatrale nella quale Garibaldi-Isgrò con un ombrellaccio coperto di scarafaggi e accompagnato da un coro di giovani voci femminili, irrompe sulla scena per recitare il suo “Disobbedisco”. Si tratta di “uno dei tanti Garibaldi anonimi che vanno per l’Italia a piede libero…uno che fa la fame con il mondo…”, un antieroe che declama il suo rimpianto per non aver capito “di aver dato sostegno alla masnada delle anime perse in questo regno” e che declama la sua nuova consapevolezza: “Mai più dirò obbedisco a chi mi chiede di scendere dal mio cavallo bianco. Disobbedisco a tutto: anche alle rondini.”

Var ve yok è invece uno sguardo sul mondo, su una cultura diversa ma vicina, un ciclo di lavori pensati per l’omonima mostra di Istanbul (2010). Il "c'è e non c'é" del titolo è suggerito anche dal tipo di cancellatura acquosa, piuttosto diverso dalle cancellature precedenti, che vela il testo in modo che si legga e non si legga, trovando così una felice corrispondenza tra significato e significante, tra tecnica e poetica.
A proposito di questa esposizione e delle opere per essa progettate Isgrò spiega: “Potrei dire, per paradosso, che l’idea di questa antologica a Istanbul, più che mia, è stata del padre di mia nonna Rosina, la madre di mia madre. Questo mio bisavolo, Francesco De Francesco, faceva un doppio lavoro: in certe stagioni il coltivatore di bachi da seta — una coltivazione un tempo diffusissima nella provincia di Messina —, in altre l’antiquario (forse più il rigattiere che l’antiquario, visto che lasciò i figli in miseria), e questo lo costringeva a spostarsi dalla Sicilia verso i paesi rivieraschi del Mediterraneo, alla ricerca di oggetti e cianfrusaglie da rivendere in Italia. Si favoleggiava, in famiglia, che andasse e venisse continuamente dall’isola di Malta, una minuscola colonia inglese a poche miglia dalla costa siciliana, e più d’una volta si era spinto fino alle coste tunisine, all’epoca dominio degli Ottomani. Fatto sta che una volta se ne tornò in Sicilia con una stampa di Istanbul, e io, da bambino, vidi quella stampa per anni in casa dei nonni, in pratica distrutta dal sole e dalle mosche, fino a quando sparì durante un trasloco sotto i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale”. Tra i lavori di Var ve yok Isgrò pone l’accento sulla speciale Storia rossa Il sorriso di Ataturk – la bandiera con la mezzaluna e la stella – dedicata al carismatico fondatore della Repubblica di Turchia: Mustafa Kemal Ataturk, sentito nominare per la prima volta in Sicilia da suo padre, quando ero ancora ragazzo. “Ma il lavoro più difficile - è ancora l’artista a sottolinearlo – è stato forse la cancellazione dei testi ottomani reperiti qua e là grazie al mio amico Özgür e a sua moglie Sabina. Un ciclo di opere dove ho cercato di raccontare, se così si può dire, il graduale transito dalla Turchia ottomana alla Turchia contemporanea, lasciando sulla pagina, accanto ai caratteri tradizionali, per me illeggibili come lo sono per la maggioranza dei turchi d’oggi, le parole in carattere latino che qua e là affiorano, come a significare la costante, incancellabile vicinanza della Turchia all’Europa. Questo lo capì perfettamente Ataturk, anche lui a suo modo un cancellatore, con la sua abrogazione dell’alfabeto tradizionale già latente al tempo degli Ottomani. Così che fa una certa tenerezza anche a chi non conosce l’antica scrittura poter leggere senza problemi, nel Codice ottomano del terrore, il nome di Marie Antoinette, la regina di Francia decapitata, come non lasciano indifferenti, nel Codice ottomano della longevità, i nomi di Goethe e di Schiller, i due grandi poeti tedeschi, oppure, nel Codice ottomano delle ombre, la parola Bruxelles affiorante in un mare di parole antiche. Tanto più che molte di queste opere, dove si incrociano un po’ tutte le lingue, portano il segno positivo delle formiche e delle operosissime api mediterranee, le quali suggono il polline e il miele dalle varie culture per trasportarlo di paese in paese, di popolo in popolo, fecondando nuovi mondi e nuove culture. (…) così come l’Italia non può essere capita senza la mia Sicilia – lo disse proprio Goethe – così l’Europa non può essere compresa senza Istanbul e senza la Turchia”.

E’ di nuovo la consapevolezza del proprio ruolo e la considerazione dell’importanza e della bellezza del testo – “un’opera d’arte al pari del Cantico di san Francesco o della Commedia di Dante” - che ha spinto Isgrò al concepimento del nucleo di opere che compongono La costituzione cancellata accompagnata da l’Italia che dorme.
Ma certo è stato anche quel “disappunto malinconico di un italiano che vede il proprio paese crollare” a spingere verso la creazione dei volumi della costituzione cancellati, con le api che vi si posano sottolineando frasi significative formate dalle parole risparmiate: “Una indivisibile minorata”, “Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto sette anni”, “Si può rinunciare al Molise”, “non sono proibite le associazioni segrete”; mentre altre api formano sciamando lo stivale ne la Costituzione delle api.
Su altre tele le formiche scrivono slogan storici e popolari come “Viva de Gasperi”, “Viva Stalin”, “Viva il re”, ma anche “Viva l’uomo qualunque”, “Viva il popolo” o persino “l’arte ha diritto di sciopero”. Mentre parole di alcune pagine-quadro giganti vengono cancellate in nero o appena scialbate da un velo di bianco come Le Regioni addormentate o L’emigrazione è libera, le immagini delle fotografie di quattro città italiane vengono velate e associate a parti del testo della costituzione cancellato del tutto o parzialmente (come in certe pagine del “vecchio calendario del popolo”). “C’é infine la pagina bianca con la grande lettera “I come Italia” invasa dalle formiche.
Fra queste suggestioni, in mezzo a queste provocazioni, la rappresentazione scultorea di un’Italia turrita travolta da un sonno rumoroso e invasa dalle blatte, stigmatizza la fasi di stasi delle coscienze e delle migliori energie della nazione. Quella nazione che Isgrò intende “far riflettere sulla necessità di appellarci alle nostre energie migliori” perché “questo paese è sempre esistito grazie alla propria lingua, all’arte e alla cultura”.

La Cancellazione del debito pubblico, pensata e realizzata per l’Università Bocconi di Milano nel 2011 è un’opera pedagogica. Spiega l’artista: “All’origine si era pensato di cancellare un classico dell’economia neoliberista come Milton Friedman (…) poi si era pensato al capitale di Marx ma in entrambi i casi sarebbe stata forte la connotazione politica. Poi l’idea di cancellare il debito pubblico. “Fu una specie di rivelazione (..) che ora ha la forma di un enorme quotidiano economico completamente reinventato (..) in cui emergono tracce di titoli, istogrammi, grafici, ma soprattutto numeri. Anzi tantissimi zeri” che vanno letti come esasperazione di un debito che cresce ogni giorno ma anche come zero semantico da accostare alla cancellatura che “funziona infatti come lo zero in matematica, chiamato a formare da solo tutti i numeri, tutti i valori”. Così mentre gli zeri aumentano, la cancellatura ara il campo dove Isgrò ha piantato il seme di un futuro diverso per i giovani. “E’ questo il vero motivo per cui mi sento orgoglioso di piantare questo seme in una università come la Bocconi, tra i giovani e per i giovani” perché “il debito trattato nella mia opera non è il semplice debito economico, ma il debito che ciascuno di noi ha con sé stesso e con gli altri.”

In questa breve disamina dei recenti lavori di Isgrò, dobbiamo almeno accennare ad un’altra opera pedagogica Cancello il Manifesto del Futurismo realizzato per il MART di Rovereto a fine 2012, dove è ancora esposto e dove ha tenuto il Corso di cancellazione generale per le scuole d’Italia che è parte integrante del progetto. Quello che l’artista propone è di riconsiderare il Futurismo e la Avanguardie storiche attraverso l’istituto della cancellazione: “Nous voulons effacer. Nous Voulons rever” (Noi vogliamo cancellare. Noi vogliamo sognare) sono le parole che Emilio lascia emergere dalla prima pagina del Figarò del 1909, ritenendo che oggi Marinetti non invocherebbe più la guerra come igiene del mondo, o l’uccisione del Chiaro di Luna “sparito grazie ai gas tossici che l’inquinano l’atmosfera” e che sia invece “ possibile crescere in un mondo più umano e pacificato”.

Arriviamo quindi e infine a Modello Italia (2012), una grande tela che raffigura lo stivale a colori totalmente cancellato, prodotta per il CSAC di Parma. A completarla e a renderne ancor più esplicito il senso di azzeramento, in occasione di questa mostra, Isgrò ha realizzato una serie di opere con giornali italiani cancellati, ciascuno dei quali allude, già nel titolo, a un modello più meno plausibile, più o meno allusivo: Modello del tasso di sconto, Modello evasivo, Modello delle ali tagliate, Modello del dubbio, Modello francescano ecc. ecc. Anche qui l’artista, scegliendo pagine con diversi temi di attualità (la crisi economica, l’elezione del papa) ha cancellato tutto, ha scialbato le parole e le figure “non certo per distruggere, ma per azzerare con un gesto simbolico la difficile situazione in cui ci troviamo e ricominciare a costruire il nostro futuro anche con l'arte, con la cultura”.
Il Modello Italia proposto da Isgrò “è soprattutto la metafora di una società globalizzata che si rispecchia perfettamente nel disordine italiano. Disordine mondiale e disordine italiano, in altre parole, si equivalgono perfettamente. In questo senso (e solo in questo senso, che dobbiamo considerare altamente positivo) l'Italia può diventare un laboratorio d'arte e di cultura per nuove, inedite esperienze civili e politiche.”

A me sembra che questo messaggio, cantato nei lavori degli ultimi cinque anni e in quest’ultimo in particolare a tutti coloro che hanno voluto e saputo ascoltare, in forme e modalità diverse, sia sempre stato dentro l’opera di Emilio Isgrò.
Cos’altro è infatti il Seme d’arancia (1999) fatto per la piazza di Barcellona Pozzo di Gotto (paese d’origine di Isgrò) se non “il segno del possibile e della necessità” come lui stesso scrive? Quando la sua città decide di “affidarsi all’arte e alla cultura per tentare una inversione di marcia che la liberi dal degrado” si rivolge al maestro che pensa al piccolo seme dell’arancia. Un particolare che tutti hanno avuto tra le mani senza pensare alla sua forza intrinseca; un particolare che ingrandito N volte dà vita ad un non-monumento, simbolo dell’economia siciliana e mediterranea e della possibilità di rinascita di un popolo.

Cosa denuncia l’Ora italiana, realizzata nel 1985 per ricordare una strage fascista alla stazione di Bologna? “Allora, sul luogo del disastro, restò in piedi un solo orologio, bloccato sull’ora della tragedia. Io di orologi ne mostro venti, - spiega Isgrò - incastonati su evanescenti immagini cancellate con una mano di bianco. Il loro ticchettio sale con la luce, fino a quando un cortocircuito fa piombare lo spazio nel buio”. Un buio di senso che ha fatto commuovere molti visitatori e che ancora oggi ci colpisce.
A cosa allude la cancellazione dell’ Enciclopedia Treccani (1970), vero e proprio monumento della cultura italiana reso completamente illeggibile dall’inchiostro di china, che tanto scalpore suscitò tra i benpensanti dell’epoca? Forse alla necessità di ripensare anche la parola stessa come fondamento della nozione codificata; forse al duplice significato che i volumi assumono quando non sono più leggibili e diventano blocchi scultorei.

Su cosa medita Isgrò nel Trittico del Vecchio Continente (1968), se non sulla deriva verso la quale un’intera civiltà rischia di dirigersi? Le immagini grafiche e i segni presenti sulle tre tele ci inducono a immaginare il vecchio maestro che seduto sotto un albero riflette sul mondo e sulla propria caducità. Se pensiamo che nel 1968 era invece un giovane artista, questo lavoro diventa una metafora premonitrice dei futuri sviluppi.
E infine di cosa parla quella, Ideologia della sopravvivenza, l’articolo che Isgrò scrisse per Il Gazzettino di Venezia quando era redattore delle pagine culturali nel 1965 se non di una pista da seguire? “Non ti resta dunque che guardarti dentro - lasciava emergere Isgrò - fino a scoprire un segno, una foglia, una pista.. E seguire quel segno, … anche quando… sembrerebbe tempo perduto”.

Già allora Emilio Isgrò approfittando dello spazio che gli veniva offerto fece un “testo che sovrastava il testo di partenza, anzi lo cancellava di fatto, dimenticandolo per strada. Cosicché la ulteriore cancellazione in nero della stessa recensione era di fatto la cancellazione di una cancellazione”, come egli stesso afferma. Ma quell’articolo prima scritto e poi divenuto un’opera visiva, una delle prime cancellature, portava i semi di quello che sarebbe stato il suo percorso, la sua pista. E lui quel segno, quella pista l’ha seguita. Ha ascoltato ed espresso ciò che aveva dentro, sempre e semplicemente. Ci ha fatto riflettere, indignare, ci ha sorpreso e ci ha fatto persino sorridere delle nostre debolezze. Ma ci ha insegnato, cancellando qualcosa di superfluo per recuperare di volta in volta l’essenziale, a non aver paura di scegliere. Il seme della cancellatura è il dubbio. La messa in discussione delle proprie certezze. Questa sua idea che l’arte possa essere “uno strumento di discussione e di crescita” ci ha permesso di lavorare insieme alla costruzione di un percorso espositivo ricco per gli ultimi cinque anni ed estremamente selezionato per i decenni precedenti, senza paura di non essere sufficientemente rappresentato. Ci ha permesso di fare un libro-catalogo che raccogliesse più che dei saggi critici, dei punti di vista di intellettuali e uomini della cultura italiana sul suo lavoro, senza temere che mancassero ulteriori consacrazioni critiche.
E da artista vero Emilio ha voluto ancora una volta spiazzarci e andare oltre il prevedibile mettendosi in gioco in prima persona, chiedendo al pubblico attraverso un sondaggio demoscopico, cosa ne pensasse dell’arte di oggi e se conoscesse Isgrò o - forse meglio - il padre della cancellatura, senza preoccuparsi di eventuali risultati poco confortanti.
Ha giocato con Cattelan in una pagina-opera che trasforma e supera il sentimento narcisistico e solitario dell’artista con la capacità e la volontà di mettersi in ludica relazione.
Si è dunque lasciato cancellare, consentendo che nel seguire l’intero percorso della sua ricerca ne fossero messe in evidenza alcune parti, quelle che – secondo chi scrive – oggi ci sono più vicine e che richiedono a tutti noi con urgenza di seguire l’ironia, la consapevolezza, la pacata rivoluzione del Modello Isgrò.

 
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