
HERMANN NITSCH - di Danilo Eccher
Affrontare criticamente un viaggio nell’arte di Hermann Nitsch,
significa misurarsi con la Storia dell’Arte, significa aggiungere
altre piccole note ad una bibliografia sterminata, significa soprattutto
rileggere alcuni dei temi più controversi e interessanti dell’arte
dell’ultimo secolo. Non si può commentare il lavoro di Hermann
Nitsch senza ripercorrere i territori della performance, della Body Art,
di Fluxus, della musica contemporanea, della pittura e del gesto, insomma,
delle più estreme contaminazioni dei linguaggi, dunque, dell’Actionismus.
Nitsch è stato
senza dubbio uno dei più grandi protagonisti
di quella straordinaria stagione artistica che a metà degli anni
Sessanta ha introdotto nuovi parametri linguistici e capovolto tutti gli
schemi interpretativi, è stato l’artista che più di
altri ha condotto, con dura radicalità e limpida coerenza, le più azzardate
avventure linguistiche, incidendo profondamente in tutta la successiva
scena creativa.
Come non accennare all’Orgien Mysterien Theater,
come non soffermarsi sugli approdi performativi, come non richiamare lo
spessore filosofico che sottintende questa pratica linguistica, come non
cogliere la complessa connessione con la gestualità pittorica.
Appare assolutamente evidente che ogni opportunità d’accostarsi alla poetica di Hermann Nitsch è condizionata dalla definizione dell’intera cornice teorica rappresentata dall’OMT, l’ideale wagneriano di Opera Totale, dove confluiscono le varie creatività e i loro rispettivi linguaggi dove azione e pensiero coincidono, dove l’arte svapora nella filosofia e il suo sguardo si acceca nell’irripetibilità dell’attimo. L’OMT è un compendio di pensieri, azioni, linguaggi che rincorrono il tempo assoluto e ne raccolgono frammenti, spezzoni, tracce, magiche reliquie che solo un’accurata e profonda liturgia sa riconoscere. In questo caso, l’azione, il gesto, la performance, non sono fini a se stessi, non rappresentano un linguaggio aggiuntivo, sono gli strumenti espressivi più diretti ed efficaci per testimoniare la complessità di una poesia filosofica. Ciò si può cogliere modellando il dato emozionale, accelerando sull’incanto della sorpresa e sull’emozione del coinvolgimento.
Nell’OMT tutti i campi energetici sono sollecitati da improvvise scariche di entusiasmo che travalicano i ruoli e sovvertono l’ordine recitativo; così lo spettatore diviene attore, l’opera si estende e si gonfia assorbendo luoghi, personaggi, oggetti, presentando nuove voci e nuovi gesti. Nella totalità creativa, nella frenesia del tutto di afferrare l’irripetibilità dell’istante, l’ordine è in bilico sull’orlo di una casualità emotiva incontrollabile, sul bordo del baratro di una creatività convulsa ed esplosiva. Il rischio per un eccessivo accumulo di energia vitale e per una sua inutile deflagrazione, è attenuato dalla definizione di un rigoroso, attento, controllato processo liturgico che ha il compito di tracciare un percorso narrativo stabile. Un percorso che non è il frutto solo di una brillante fabulazione letteraria, ma anche l’esito di una profonda riflessione sulle connessioni fra filosofia e religione, fra arte e etica, fra natura e spiritualità. Tali dicotomie rappresentano la struttura portante dell’intero pensiero di Hermann Nitsch e, su un piano più formale e linguistico, i riferimenti grammaticali su cui si articola l’aspetto liturgico.
Così, nella definizione
della partitura recitativa e nella stesura dei ruoli performativi, i dati
simbolici, come gli elementi letterari e mitologici, concorrono ad accendere
improvvisi bagliori sulle contorsioni di un pensiero avvolto nelle nebbie
della poesia ma allo stesso tempo lucido nel suo procedere filosofico.
Da un lato, non vi è rinuncia all’evanescenza di una visionarietà incantevole,
dall’altro lato, non vi è accanimento nella definizione delle
regole liturgiche. Anzi, è proprio in questa inquietante oscillazione
del pensiero che si colloca la verità di Hermann Nitsch, una verità partorita
dalla ragione ma generata dalla fede, che affonda le proprie radici nelle
viscere di una naturalità spietatamente ed eroticamente corporale
ma che sa anche alzare lo sguardo nelle più lucide trasparenze di
una spiritualità silenziosa e appartata.
Una verità che tocca
il cuore dell’arte, che accarezza il suo significato etico, che ne
sussurra la sua libertà e le sue conseguenze politiche. Ecco allora
che anche i “relitti” delle ‘azioni teatrali’ assumono
un valore ben più consistente rispetto a quello di semplice testimonianza;
non si tratta solo di oggetti che conservano le tracce di un loro uso nel
rituale artistico, non sono solo i frammenti di un’unicità performativa
ormai compromessa.
Certamente nei “relitti” la componente di
testimonianza ha una sua precisa funzione e un suo definitivo ruolo ma,
in questo caso, tali oggetti sono investiti di un peso significante molto
più complesso, sono assunti a immagine reliquiale, a santità di
un oggetto che ha partecipato al miracolo dell’arte. Non solo testimoni
ma attori di una liturgia che ha visto avverarsi l’attimo della creatività naturale,
oggetti che ne conservano il mistero, ne trattengono le impronte, che custodiscono
lo sguardo di un incontro ormai irrimediabilmente dissolto. Proprio questa
loro presente partecipazione all’azione rituale dell’arte,
questo loro esserci, questa loro partecipazione complice, conferisce ai
relitti una sorta di sospesa sacralità che s’intuisce nella
simbologia del sangue e nell’enigma del corpo.
Solo tenendo presente
la complessa declinazione filosofica che Hermann Nitsch traccia nel suo
OMT è possibile azzardare alcune tracce interpretative
sui suoi esiti pittorici. Anche in questo caso, soprattutto nelle sue prime opere
negli anni Sessanta e fino alla metà degli anni Settanta, il rapporto
di connessione testimoniale fra azione performativa e strumento pittorico, era
assolutamente evidente. Il sangue e il vino si mescolavano al pigmento, scivolando
sulla tela o schizzandoci sopra, tracciando cioè un’opera intenta
a fissare il gesto di un’azione ormai dimenticata, capace di trattenere
l’impronta di un attimo ormai lontano.
Sembra quasi che lo spazio scenico
del quadro si risolva in una sorta di relitto, di luogo simbolico ove la messa
in scena dell’opera ha compiuto la sua azione e ha lasciato la sua traccia.
Però, se tutto ciò rappresenta una lettura riduttiva già per
gli oggetti reliquiali, ciò risulta ancora più inadeguato se applicato
all’opera pittorica. Non solo perché, in questo caso, l’elemento
testimoniale è meno convincente ma anche perché lo spazio pittorico
del quadro aggiunge inevitabilmente dei propri, originali ed autonomi, coefficienti
interpretativi. L’aspetto documentario non rappresenta un elemento determinante
nella poetica di Hermann Nitsch, non vi è oggetto, quadro, indumento che
possa tradursi esclusivamente in un dato di semplice testimonianza, ogni opera
assorbe la santità dell’azione, ne conserva la fede, l’energia
interiore. Anche nei più freddi strumenti di documentazione, come la fotografia
e il video, Hermann Nitsch sfrutta la vastità dell’impatto emotivo
per scardinare dall’immagine la superficialità della rappresentazione
e disinnescare, così, l’immediatezza narrativa.
A differenza di
quanto avviene in quasi tutto l’orizzonte performativo, dove l’opera
non tradisce mai il proprio ruolo testimoniale, in Hermann Nitsch, e con
esiti formali completamente diversi ma con la stessa volontà poetica
in Gilbert & George,
l’opera respira l’unicità e irripetibilità dell’azione
ma, nel contempo, sviluppa una propria personalità recitativa che
la pone su un altro piano, che le consente di salire sull’altare
delle Icone. Anche in questo caso, è bene sottolinearlo, non si
tratta solo di un singolare e raffinato processo linguistico, non è una
strategia compositiva, il valore significante dell’opera, che ampiamente
trascende l’apparente
ruolo documentario, è la precisa volontà espressa nell’OMT
dove non si annulla la voce delle singole opere ma tutto vive nella liturgia
che rende armonico il coro delle particolarità. E’ evidente
come tale prospettiva, di per sé chiara in tutte le espressioni
dell’opera
di Hermann Nitsch, sia ancora più palese nel linguaggio pittorico
e nel disegno.
La pittura di Hermann Nitsch è certamente figlia
del rituale performativo, è ovviamente connessa alla teatralità dell’azione, è il
frutto dell’irripetibilità del gesto; tutto questo processo
pittorico è intriso
di accadimenti comportamentali. Eppure, non vi è rinuncia alla pratica
della pittura, non c’è sottomissione dell’espressività cromatica,
non c’è abbandono dello spazio scenico del quadro. La stessa
gestualità dell’azione
performativa assume un più complesso e sofisticato tono recitativo,
dove s’intuiscono le complicità linguistiche con le danze
frenetiche del dripping di Jackson Pollock o con la spiritualità opaca
dei monocromi di Yves Klein, con la violenta espressività dei primi ‘Plurimi’ di
Emilio Vedova o con la simbologia materica di Antoni Tapies. Tutti pittori,
intensamente ‘pittori’ che,
pur muovendo da orizzonti intellettuali molto distanti e rincorrendo approdi
diversi, non hanno mai nascosto un comune linguaggio e una comune intensità espressiva.
Anche
Hermann Nitsch, pur inserendo l’intero meccanismo pittorico all’interno
della cornice totalizzante dell’OMT, non ha mai voluto rinunciare
agli scatti interpretativi, ai sussulti emozionali, alle visionarie fantasie
della pittura. La sua è una pittura densa, dove la fisicità del
pigmento confonde la simbologia cromatica con i pastosi affondi materici:
da un lato i rossi sanguigni, i viola quaresimali, i neri peccaminosi,
i verdi naturali; dall’altro
lato, una materialità corposa, malleabile, dove permangono le impronte
delle dita, delle mani, dove il gesto si congela sulla superficie. Il quadro
diviene così teatro di una ‘elegante’ narrazione svolta
fra le suggestioni scenografiche di un intenso cromatismo e gli inciampi
o i sobbalzi di una materialità bituminosa. Da un lato l’incanto
per una simbologia poetica che accende le emozioni più segrete,
dall’altro lato, il
corpo martoriato dell’opera che esibisce le sue lacerazioni, le sue
fratture, i suoi grumi. Grandi tele di un’assoluta visionarietà che
hanno smarrito ogni rappresentatività, che non sorridono ad alcun
mimetismo, tele che raccontano il gesto con la voce della pittura, che
lasciano affiorare l’immagine incompleta di un’azione fissata
nel frammento di un’impronta.
Sono opere in cui si confrontano: leggerezza poetica e rigore concettuale,
fantasia creativa e grammatica liturgica, abbandono cromatico e ruvidità materia;
sono opere che però non dimenticano mai la propria personalità e
il proprio ruolo.
Un analogo percorso interpretativo è possibile, affrontando il tema
del disegno se: all’emozione simbolica del colore si sostituisce
la sorprendente centralità dell’immagine e alla viscosità della
materia si sovrappone l’ossessiva insistenza della linea. Anche nel
disegno di Hermann Nitsch è possibile scorgere l’intreccio
compositivo che lega il piano performativo e l’esito formale, la
teatralità dell’azione
e la progettualità scenografica; in questo caso, però, l’accento è posto
ancor più profondamente nella spirale del linguaggio.
Se l’impasto
pittorico e la violenza cromatica mantenevano comunque un legame apparentemente
diretto con l’azione, nel disegno tale legame presenta maggiori turbolenze
ed è riconoscibile in forme più indirette, come nella maniacalità del
tratto o nell’arabesco dell’immagine simbolica. Nel disegno
cioè risulta
più evidente quel ‘valore aggiunto’ di sacralità dell’immagine
che la proietta nella dimensione dell’icona, di una figura assoluta
dove il significato esula dal piano narrativo, trascende la rappresentazione,
per esprimere il proprio, segreto, miracolo.
L’arte di Hermann Nitsch è un’elettrizzante tempesta emotiva, un folle ingorgo di sensazioni che s’accavallano e si rincorrono trascinando nel proprio vortice ogni immagine, sensazione, pensiero. E’ un’arte profonda, impregnata di filosofia e avvolta nella poesia, precipitata nell’azione e sospesa nel pensiero, un’arte totale in cui ogni lettura critica si frantuma nella specificità dei linguaggi e ogni sguardo particolare è accecato dalla globalità dell’opera.
La pittura azione - di Hermann Nitsch
Dopo la seconda guerra mondiale nacque una pittura che non voleva rappresentare nulla, che non voleva riprodurre nulla che fosse già a disposizione nella natura; ma all’interno della struttura stessa del quadro sulla tela avvenivano processi concreti: questi processi, o le loro conseguenze, venivano posti in mostra. Il colore non era inteso come tonalità, ma come sostanza concreta, come pasta o come fluido, che andava spalmato versato. Sorsero risultati condizionati dai gesti e dai movimenti delle braccia e delle mani, si scarabocchiava e si rovesciava sostanze, fluidi, colori venivano spruzzati, scagliati, versati sulla tela.
La visibilità dell’azione non era un aspetto essenziale di questa arte, poiché molti pittori realizzavano le proprie opere in uno stato di eccitazione e di uscita da sé effettivamente sentito (a livello sensibile). Lo spettatore che reagisce positivamente può cogliere formalmente l’eccitazione del processo di produzione. Il rendere visibili i processi concreti e le loro conseguenze spingeva l’autore e lo spettatore ad un’attività sensitiva intensa, nel corso della quale si fa uso di un effetto nuovo, utilizzabile per la forma, messo in atto da molti oggetti e dal molti processi. Si allude al portare all’effetto, all’estrarre un determinato ambito parziale dello spettro delle sensazioni sensibili. Un sentimento sensibile elementare viene reso utile per l’arte.
Questa percezione
della sensibilità elementare è paradossalmente la conseguenza
di una comprensione sensibile approfondita, allargata, sensibilizzata e cosciente.
Un’approfondita comprensione sensibile dell’ambiente porta con
sé automaticamente un allargamento della coscienza. Attraverso l’arte
informale diventano coscienti e utilizzabili per la forma quei valori
del sentire che si trovano appena alla soglia della coscienza. Soltanto attraverso
l’informale l’umano è diventato maturo per accettare coscientemente
una parte del sensibile, quella parte che precedentemente veniva registrata
soltanto in modo subliminale, ma che tuttavia poteva essere richiamata con
associazioni di vario tipo, attraverso il sogno, la memoria, la poesia e il
mito.
L’intensità del sentire sensibile delle immagini linguistiche,
provocata dalla parola, è una parte importante del poetico (della lirica).
I valori subliminali del sentire diventano coscienti attraverso al forma, accedono
ad un’ulteriore registrazione. Questa registrazione ulteriore di ciò che
dapprima veniva registrato soltanto a livello subliminale diventa avvenimento
estetico, diventa forma. Nacque un’arte che si interessava direttamente
ai livelli psichici profondi, che addirittura fungeva da loro altoparlante.
Le emozioni si trasformano in arte. A questi sforzi che si rivolgevano pressoché al
mondo intero, avvicinandosi contemporaneamente anche se, com’è ovvio,
impiegavano le più diverse sfumature, si applica il concetto di tachismo.
Proprio
adesso, poiché siamo distanti dal tachismo e dallo sviluppo
di tutto quanto l’informale, e poiché ci confrontiamo con le conseguenze
del tachismo, oggi intese in modo diverso, proprio adesso si inizia ad avere
una visione d’insieme e a vedere che i pittori di quella corrente erano
soprattutto uniti proprio da quello slancio nel “regno animale” che
veniva vergognosamente negato. Essi sono tutti legati da un vivo interesse
per la propria sensibilità e impulsività, per la realtà della
loro interiorità. Tutti incoscientemente la rivoltarono all’esterno
e la resero formalmente cosciente. Mentre i primi prodotti informali tachistici
inserivano l’irrompere della sensibilità rimossa ancora all’interno
degli schemi compositivi della vecchia pittura, più tardi questa limitazione
formale, propria della tradizione, venne sempre più infranta e messa
da parte, sempre più divenne essenziale l’eccitazione dei sensi
che automaticamente, come un sismografo, registra se stessa. Si fece avanti
la gioia per l’evento concreto dinamico-distruttivo. I quadri vennero
dilaniati e distrutti.
Si voleva far saltare le dimensioni del quadro, le conseguenze
del tachismo sembravano farsi osservare isolate. Il divenir-quadro voleva terminare
nell’ebbrezza di fronte al concreto, di fronte alla realtà. La
richiesta più interiore, forse neppur riconosciuta, del tachismo dimorava
nel dionisiaco-dinamico, dimorava in uno sfogo capace di afferrare gli stati
psichici profondi e renderli coscienti. Dovevano mettersi in scena l’eccitazione,
l’agitazione, la disinibizione, l’estasi, lo scioglimento, delle
congestioni più profonde.
Corrispondeva al carattere del tachismo essere
un mezzo espressivo drammatico-espressionista. La pittura-azione richiedeva
lo scorrere del tempo, si creò una nuova dimensione che muoveva in direzione
dell’avvenimento teatrale, dell’evento drammatico. Alle figure
dell’informale è occorsa una svolta verso il teatro, dove trovò e
trova il proprio luogo essenziale, in condizioni mutate, nelle molteplici forme
fenomeniche dell’happening e soprattutto dell’azionismo.
Proprio all’epoca in cui introdussi nel mio progetto teatrale il rapporto con la realtà mi trovai in sintonia con il tachismo, che proprio allora stava superando il suo periodo di massimo splendore. Compresi subito questo fenomeno in tutte le sue conseguenze, poiché si accordava con i risultati che avevo ottenuto dal linguaggio e andava incontro alle dichiarazioni programmatiche drammatico-dinamiche. Cercai allora di praticare in modo più intenso e analitico il versare, lo spruzzare e lo sguazzare dei fluidi. Si sviluppò così la pittura dell’O.M. Theater, una pittura- azione che rivestiva una funzione drammatica grazie alla necessità di uno svolgimento temporale e a processi produttivi parzialmente estatici (io rovesciavo esclusivamente vernice rossa su superfici verticali e su superfici orizzontali). Concepivo questa forma di pittura, in cui veniva coinvolto anche lo spettatore, come evento drammatico all’interno del mio teatro, simile ad una litania che si esplicita attraverso il vedere-dipingere.
Hermann Nitsch. L’inno all’intensità della vita - di Beatrice Benedetti
Mi aveva avvertito Danilo Eccher : “Non è facile far parlare
Hermann Nitsch”.
E aveva ragione. Il temperamento schivo di Nitsch si esprime scrivendo,
fischiettando o in un suo sguardo. Oltre naturalmente al suo fare artistico.
D’altra parte Eccher conosce da tempo il padre dell’Azionismo
Viennese. Il Direttore del Macro aveva omaggiato Nitsch già nel
1991 alla Galleria Civica di Trento, allora sotto la sua direzione.
Tuttavia – affermano i cronisti esperti - il grado di apertura del
soggetto intervistato dipende dal feeling instaurato nei primi istanti
del colloquio. Per fortuna quel rassicurante sosia di Santa Claus, in realtà profondo
come un abisso, si è lasciato intravedere attraverso, con la generosità di
un filosofo che risponde al suo curioso discepolo.
B.B.: Il Teatro delle Orge e dei Misteri (OTM) – ovvero l’opera
omnia nitschiana – racchiude in sé una sorta di ossimoro.
L’orgia smisurata, la sfrenatezza dionisiaca convive con il mistero,
l’inconoscibile metafisico del mondo che da sempre l’uomo
tenta di comprendere. L’arte di Hermann Nitsch è un tentativo
di far convivere due principi opposti?
H.N.: Non si può dire che siano aspetti antitetici. Diversi piuttosto.
L’orgia è un mistero. E’ il mistero di un’altra
religione. Un culto che dice “sì” alla vita e mostra
i principi primi della natura. Non c’è conflitto tra orgia
e mistero, sono solo aspetti differenti. L’orgia ha una sua disciplina,
che la distingue dalla sua accezione popolare di sfrenatezza, alla quale
non sono mai stato interessato. Il culto orgiastico ellenistico vede l’Immanente
e il Trascendente in contatto tra loro. Questo è il mistero come
era concepito dagli antichi greci e nel Medioevo. Allo stesso modo io credo
che il Trascendente sia attorno a noi, nella natura. Noi possiamo ascoltare
il Trascendente in ogni posto che ci circonda.
B.B.: Chiaramente le influenze mistiche e mitologiche hanno un ruolo centrale
nella sua produzione artistica. Nell’apparato teorico che fin dagli inizi
supporta la sua produzione, lei ha dichiarato “Nei miei esperimenti drammatici
mi servivo della parola, del linguaggio parlato. […]I miei sforzi erano
soprattutto tesi a collegare i valori linguistici, i valori sensoriali del
linguaggio[…]con l’essenza specificatamente drammatica.” (nota) La
parola ha un potenziale immenso. Ma ad un certo punto Nitsch ne ha fatto a meno.
H.N.: Quando leggevo un poema di Goethe o D’Annunzio, ciò che
mi rimaneva più impresso erano le sensazioni espresse dalle parole.
In quegli scritti è evidente come la parola sia simbolo dell’impressione
dei sensi. Ad un certo punto però il valore simbolico della parola
non mi è sembrato più sufficiente per rappresentare la trascendenza
o il sangue che scorre, insomma le sensazioni più ineffabili. Da
qui nasce la mia volontà di attuare una rivoluzione. Il mio intento
era far risorgere l’uso della parola. Non che io non sia interessato
ai versi poetici, ma la sensazione viene prima nei miei drammi. Dopo questo
passaggio, mi sono reso conto che non c’era più mediazione,
tutto è divenuto immediato.
B.B.: Anche le grandi religioni monoteiste occidentali, come l’ebraismo
e il cristianesimo, si originano proprio del “Verbo”. Prima ancora
gli antichi greci definiscono “logos” sia la parola che pensiero
stesso. Ma in quale Dio, divinità od Olimpo - se ne esiste uno - crede
Hermann Nitsch?
H.N.: La storia della fede in Dio ha radici antichissime. All’inizio
il culto era animistico, poi politeistico e monoteistico, poi ancora panteistico.
Anche se non è un susseguirsi solo cronologico, ma ciclico. Io sono
solito risalire alle origini di ogni cosa, anche del pensiero religioso.
Sarà per questo che credo in un Dio che non coincide con quello
specifico degli Ebrei, dei Musulmani o il Cristo dei cattolici. Per me
persino il vocabolo “Dio” non esiste più e non ha ragione
di essere. Tutto è Dio. L’Essere stesso è Dio. Non
ho perso però il rapporto con la trascendenza, come invece ha perso
il mondo. Io credo nella realtà di Dio. Mi rendo conto che si tratta
di una concezione materialistica e radicale. Più che una religione
la mia è una filosofia religiosa. D’altra parte tutte le grandi
correnti filosofiche sono delle religioni. Eckhart è un culto in
sé.
B.B.: Che peso hanno avuto invece, nella sua opera d’arte totale,
movimenti artistici come l’Espressionismo astratto americano o il tachismus
europeo, che hanno una radice comune nella ricerca dell’archetipico.
Si può dire che abbiano contribuito in parte alla sua ricerca di ciò che
nell’uomo è ancestrale, beluino?
H.N.: Io direi che mi appassiona ogni tipo di arte. La musica, la poesia,
la drammaturgia. Ho passato la vita ha studiare l’arte, ed è quello
che faccio tuttora. Ogni forma d’arte ha influenzato il mio lavoro.
Anche Nietzsche e Jung, e torniamo alla filosofia. Naturalmente l’arte
informale, il taschismo, l’Action Painting hanno avuto un ruolo preponderante
tra le correnti artistiche. Soprattutto perché hanno a che fare
con la catarsi che segue l’estasi creativa. Nel mio lavoro la catarsi
attraverso i sensi è un momento davvero fondamentale.Questa è un
altro aspetto che mi lega all’Antica Grecia e al teatro in
particolare.
Con l’America ho un rapporto molto stretto. Ci sono stato spesso.
Ho realizzato tre performance a New York e una a Cincinnati di cui ricordo
un gran successo. Credo mi sia stato attribuito un plusvalore perché ho
portato in Usa qualcosa di nuovo: il sadomasochismo, gli elementi psichici
basilari, come la crudeltà nell’arte. La cultura americana
accoglie con interesse il nuovo. Da parte mia, ho tratto dalle esperienze made
in Usa influenze dadaiste, surrealiste, oltre alla psicoanalisi e
all’happening. Gli americani seguono molto il mio lavoro, c’è grande
libertà nel pensiero. Ma io mi nutro anche di tradizioni, di storia,
di cui per ovvie ragioni la cultura americana è meno ricca rispetto
ad Europa, Asia e Africa.
B.B.: Le autorità, sia ecclesiastiche che laiche, hanno osteggiato,
all’inizio, il suo lavoro. Si è dovuto difendere dalle accuse
di blasfemia, oltraggio al pudore, pornografia, che le sono costate un periodo
da esule con serie difficoltà economiche. Nel maggio di quest’anno
(2007) la “sua” Austria le ha dedicato un Museo a Mistelbach. Cosa
prova oggi, ripensando a quei giorni travagliati?
H.N.:Il vero sogno per me era vivere a Prinzendorf con i miei genitori
e la famiglia. Ho realizzato qui numerosi eventi e performance. Il Museo
di Mistelbach è stato un vero miracolo. Devo ringraziare il Governatore
che per primo ha voluto lo spazio. Ho prestato con la gioia nel cuore le
opere esposte. Il passato travagliato non mi tormenta più. E’ passato.
D’altra parte non è neppure una storia così nuova che
gli artisti siano perseguitati delle autorità o dalla polizia.
B.B.: Basta pensare alla Cina contemporanea. E’ anche vero che l’ostilità verso
gli artisti da parte di Stato e Chiesa spesso è dovuta alla dote di
preconizzatore che l’arte conferisce a chi le dedica la vita. Venendo
al ruolo che un artista può ricoprire, Nitsch, che ha vestito i panni
di sacerdote dell’arte e alchimista, crede nel mito di artista-vate?
H.N.: L’arte è sempre molto vicina alla religione. L’artista è come
un prete. Il suo ruolo di celebrante non è differente. Entra in
contatto con l’Essenza. Forse perché, come me, l’artista
vive con intensità la vita. Mentre oggi, la maggior parte delle
persone ha paura della vita quanto teme della morte. Si parla solo di cibi
che fanno bene o male, di salutismo, e non si vive veramente con intensità.
Ci si preoccupa con troppa attenzione di non consumarsi, ma la gente muore
un po’ ogni giorno. Io credo nell’intensità, che non
vuol dire un eterno carnevale. Anzi trovo questo carrozzone ipertrofico
un po’ ridicolo. Non si può preservarsi per sempre. Né vivere
nella completa libertà. Nemmeno dal dolore. Io non credo nella libertà.
Sono d’accordo con le parole di Faust: “Bisogna combattere
per la libertà”. Quindi la libertà illimitata non esiste.
B.B.: Continuando a parlare di premonizioni, i suoi “Disegni di architettura” rappresentano
la trascrizione di un presagio: la mappa di un mondo futuribile sotto la superficie
terrestre. Un mondo che ospita gli ultimi superstiti di disastri ambientali
che hanno reso l’aria e l’ambiente soprastante invivibili.
Tutto ciò ha il valore di un monito per l’umanità odierna
o raffigura una reale ipotesi di uno dei tanti possibili mondi a venire?
H.N.: Se guardiamo il cielo, magari in una notte limpida, vediamo così tanti
pianeti e stelle che non possiamo pensare che il nostro mondo sia chiuso.
La cosmografia ci conferma che la Terra è soltanto un puntino infinitesimale,
come una molecola. Nell’universo ci sono altri mondi possibile che
l’uomo potrà forse colonizzare. La mia è soltanto un’ipotesi.
Ma l’universo ne offre infinite altre possibili.
B.B.: A proposito di futuro, quale avvenire immagina per le prossime generazioni?
H.N.: Il mio futuro è l’eternità. Apparentemente le
cose, come gli esseri viventi sono finiti, hanno cioè un inizio
e una fine. Se però pensiamo ai nostri genitori, a come noi siamo
parte di loro e dei nostri avi, fino alla notte dei tempi e che saremo
i nostri figli, la terra, gli alberi che nasceranno, non possiamo che avere
una concezione immanentistica ed eterna dell’Essere. Questo ci insegna
la filosofia presocratica: “panta rei”, tutto scorre, come
tramanda Eraclito. Non è necessario credere nella metempsicosi o
nella reincarnazione dei defunti. La questione non si pone se si pensa
che ognuno di noi è ogni cosa. Ci sono tante belle cose che accadono
in un momento nel mondo. Io preferisco vivere. Intensamente.