
Ilarotragedia - di Luca Beatrice
La storia racconta di un episodio accaduto oltre cinque secoli fa eppure
ancora valido per spiegare alcune dinamiche che intercorrono tra l’arte
e la vita. Mentre Michelangelo Buonarroti, che le fonti riferiscono dotato
di un pessimo carattere, smadonnava sui ponteggi della Sistina intento a
risolvere le parti più complesse del suo Giudizio, un emissario del
Papa Giulio II di tanto in tanto controllava gli sviluppi dell’affresco
per poi riferirne i contenuti al Pontefice.
Quell’opera, infatti, era stata commissionata per svolgere azione
di proselitismo, convincere il popolo ad abbracciare il cristianesimo attraverso
una rappresentazione di un aldilà sereno e di pace, sempre che uno
si fosse comportato bene in vita. Il vecchio e barbuto pittore, invece,
aveva un’idea del mondo completamente diversa, di un dio giusto e
vindice così come emergeva dal Vecchio Testamento. Ma chi aveva il
coraggio di dirglielo, al Buonarroti, sfidando la sua proverbiale iracondia,
prendendosi il rischio che per tutta risposta quello avrebbe potuto mollare
lì tutto? Dovette intervenire allora il Papa in persona, che in una
visita improvvisa al cantiere, invitò blandamente l’artista
a evitare raffigurazioni troppo crude e farsi portatore di un qualche messaggio
edificante. Il vecchiaccio brontolò, masticò qualcosa, e dall’alto
delle impalcature con voce tonante e fiera così rispose a Giulio
II: “Santità, visto che siete così prossimo al divino,
cambiatelo Voi il mondo se desiderate che noi pittori lo si rappresenti
in modo migliore!”.
Non possiamo infatti prendercela con gli artisti. Se ciò che si
trovano di fronte fa schifo, non è certo colpa loro; né gli
si può attribuire la colpa se nelle opere viene fuori tutto ciò
che non vorremmo vedere nell’arte, perché ancora la riteniamo
regno dell’aulico. Ci sono temi e soggetti che dovrebbero rimanere
nell’ambito della cronaca, dello stupidario giornaliero, perché
riproporceli in ciò che dovrebbe essere il territorio della bellezza,
perché riempire un spazio destinato al sublime con cattiverie e spietatezze?
Le madonne affogate di Caravaggio fecero scandalo per eccesso di realismo
all’inizio del ‘600 e ancora in molti fanno difficoltà
a tollerare il ciclo fotografico The Morgue di Andres Serrano. La morte
in scena continua a essere il principale tabù nella nostra società
e il sesso è tollerato solo se affiancato alla bellezza. La scatologia,
ammenoché non la si legga in chiave freudiana, continua a disturbare:
la merda resti nel cesso, fa schifo sia inscatolata (Manzoni) sia riprodotta
in serie (Delvoye). La violenza fa orrore, sempre e comunque, soprattutto
se esercitata sui più deboli. Il sangue che scorre a fiumi come in
uno splatter movie può provocare il riso se rappresentato in maniera
ipertrofica ed evidentemente falsa, ma se solo ne sospettassimo un fondo
di realismo, il nostro sguardo non reggerebbe a lungo.
Molti di questi “ingredienti” entrano nella ricetta del Laboratorio
Saccardi. Fatti e personaggi di cronaca trasfigurati da effettacci
orrendi danno come risultato una pittura volgare e rozza. Se le immagini
non fossero abbastanza esplicite, ecco arrivare le scritte a peggiorare
la situazione. Temi e contenuti dei loro lavori mi respingono preventivamente,
e inoltre i quattro ragazzi hanno tutte le caratteristiche per non piacermi
affatto. Li vedi arrivare vestiti in maniera bislacca, sempre pronti a metterla
in caciara, giocano continuamente con paradossi, mai che si possa fare un
discorso serio con loro, bisogna districarsi tra gli scherzi, le prese in
giro, le assurdità delle dichiarazioni, sarebbe un’autentica
sventura per me fargli un’intervista.
Onestamente mi irritano e per questo non riesco a essere del tutto obiettivo
nel giudicare il loro lavoro. Tra me e loro vedo un’incolmabile differenza
culturale e climatica. Fosse una recensione, la finirei qui. Punto.
Però un sospetto tutto questo parlare di loro me lo crea. Diverse
persone di cui ho stima li reputano bravi artisti e ne riferiscono con certo
interesse. Forse c’è qualcosa che mi sfugge, forse è
che sono troppo abituato a lavorare con persone simili a me, che non mi
creano problemi, con cui condividere un percorso, forse preferisco qualcosa
in cui specchiarmi e, se possibile, non vedere le rughe, forse sto semplicemente
invecchiando e tutto comincia a darmi fastidio, come questo stronzo seduto
in treno che da mezz’ora urla nel suo cazzo di telefonino rendendomi
impossibile la concentrazione (ora si sta addormentando, come non detto
richiama).
A quarantacinque anni si rischia la pigrizia. Perciò decido di fare una cosa che mi capita sempre più raramente: andrò a trovare i Saccardi, fino a Palermo. Se non li avrò incontrati non potrò mai scrivere questo testo, se non ci parlo difficile ne venga fuori qualcosa di buono. Per inciso, io a Palermo sono molto legato, perché ho insegnato al primo anno di accademia, perché ho mantenuto amici sinceri (come Alessandro Bazan), dunque ci torno sempre volentieri, in pellegrinaggio tra dolci memorie e nuovi ristoranti. Mi aspetterei di visitare uno studio nel cuore della Vucciria, magari fatiscente ma pulsante di vita e colori, o al limite un simil loft in area industriale. Niente di tutto ciò: i quattro vivono in una casetta bifamiliare sulla strada per Monreale, un posto brutto e lugubre anche per colpa della pioggia insistente. Un controsenso rispetto a ciò che si potrebbe immaginare dal loro lavoro e dalla loro giovane età: arredamento da mobilificio economico sul modello piccolo borghese, pochi quadri alle pareti, un tavolino con l’immancabile pc per un’improvvisata sala riunioni, qualche oggetto di affezione (serio o faceto?) come la bandiera di Forza Italia, ritagli di giornali che riferiscono di gossip, nulla insomma con una minima parvenza di serietà.
E allora mi sorgono spontanee alcune domande. Perché un artista
oggi è spinto a “reinterpretare” fatti di cronaca noti
al grande pubblico peggiorandone addirittura il senso? Perché continuare
a giocare la strategia dell’abbassamento, accostando Berlusconi a
Andy Warhol, il Papa a Keith Haring, Hitler a Manzoni (Piero), Miles Davis
a Picasso, Pollock e Google, la strage di Capaci e Botero, Cattelan e Superman
(come a dire che niente ha veramente senso)?
Alcuni mesi fa il Laboratorio Saccardi presentò a una fiera d’arte
una tela “dedicata” a Lapo Elkann di cui tutti ricorderanno
le grottesche disavventure. Pare che questo quadro sia stato immediatamente
ritirato da qualcuno che lo ha percepito come un’offesa (fermo restando
che nessuno se ne sarebbe preoccupato se al posto di Lapo ci fosse stato
il signor Rossi). Risultato: i Saccardi sono finiti su tutti i giornali,
esattamente ciò che si proponevano.
Noi viviamo in un mondo dove il sistema televisivo ha imposto le sue regole
invadendo settori che credevamo immuni, anche l’arte e la cultura.
Fino a un po’ di tempo fa esisteva una netta separazione ideologica
nel modo di rapportarsi al mezzo tv: chi la giudicava stupida e superficiale
la rifiutava in toto. Oggi no, e quindi il segretario del maggior partito
della sinistra può andare da Maria De Filippi e piangere dopo aver
rivisto la sua vecchia tata senza vergognarsi, e un giovane artista si sentirà
più gratificato dall’essere oggetto di gossip piuttosto che
venire recensito su Artforum. Così almeno la gente lo riconosce per
strada. E’ come essere in tv o nella parodia di essa.
Non conosco modo migliore per non farsi fottere che quello di far finta
di essere scemi. Accetto le regole e cerco di smantellarle dall’interno.
Mi comporto come se fossi al Grande Fratello, al Festival di Sanremo o a
Music Farm e, per farmi notare, cerco di fare ancora più schifo.
Nel 1972 Gino De Domincis presentò alla Biennale di Venezia Seconda
soluzione di immortalità. L'universo è immobile, una delle
opere più scandalose nella nostra storia recente, l’esposizione
di un ragazzo down. Qualsiasi atteggiamento il pubblico avesse scelto, non
avrebbe potuto evitare di sentirsi in colpa. Fissare un handicappato significa
evidenziare la sua differenza, evitarne lo sguardo equivale a confessare
il proprio imbarazzo.
De Dominicis sposta il problema dello scandalo dall’opera allo spettatore.
Non è la cosa in sé a provocare lo shock ma l’inchiodarci
alle nostre responsabilità. Attraverso le opere dei Saccardi compartecipo
alla loro visione pessimistica, il disagio che mi provocano è a monte,
loro non hanno inventato nulla ma solo “virgolettato” un concetto.
Alla fine di questo testo sono costretto ad ammettere tutto il valore di
questa ilarotragedia messa su dal quartetto siciliano, e debbo dire a malincuore
perché proprio non vorrei che fossimo ridotti così male. Ma
non è giusto prendersela con gli artisti se il mondo fa schifo. Toccherebbe
a qualcun altro, come diceva Michelangelo, il renderlo migliore.
Nota
L'ilarotragedia è uno dei generi della
tragedia greca. Rintone ne è considerato il creatore; si basava sulla
farsa fliacica, che parodiava con l'uso dei simboli fallici aspetti della
vita del popolo o episodi mitologici. Il poeta diede al genere una maggior
eleganza e finezza letteraria: cosa non semplice considerando lo scopo che
si prefiggeva tal genere di farsa.