
(presentazione di Achille Bonito Oliva)
Non deve sembrare strano se, parlando d’arte e di un artista,
parto da un doppio assunto di Musil che recita precisamente: “Occasionalmente
noi siamo tutti stupiti, e dobbiamo occasionalmente agire da ciechi
o semiciechi, altrimenti il mondo si fermerebbe” e “Agisci
bene quanto puoi e male quando devi, e sii frattanto cosciente
dei limiti del tuo operare” (discorso sulla stupidità).
L’arte contemporanea nei suoi esiti ha progressivamente
adottato la morale di una sana ambiguità giocata tra scetticismo
e utopia. In tal modo ha sviluppato una tensione strabica del
fare che ha dato scacco al perbenismo della visione chiara delle
cose, alla trasparenza della pura volontà.
Le motivazioni del fare sono sempre molteplici, le pulsioni di
ogni azione sono il portato di spinte intrecciate, di impulsi.
La finalità economica dell’agire si accompagna a
quella di un’economia interna che risponde ad altri ordini
di spiegazioni.
L’arte è il campo eccellente di tale morale ambigua
nei termini non soltanto di rappresentazione, ma anche della spinta
iniziale al lavoro creativo. Un indispensabile dispendio di energia
presiede alla fondazione di un’immagine che sembra non rispondere
a nessuno scopo, se non a quella di assecondare la pulsione del
suo creatore. Il risultato è la trasformazione della “quantità”
del gesto nella “qualità” della forma, la modificazione
di segno dunque di un lavoro realizzato mediante gli attrezzi
tecnici del linguaggio dell’arte.
L’artista Mario Schifano lavora dentro il recinto delimitato
dell’arte, con gli strumenti di un linguaggio che storicamente
producono tale trasformazione, quella indicata idealisticamente
dalla storia dell’arte che permette il passaggio dalla quantità
alla qualità.
L’artista è cosciente di trovarsi di fronte a una
produzione specifica, separata da altri sistemi produttivi e standardizzati
spinti da interessi puramente economici e senza secondi fini.
L’economia moderna è retta da una visione chiara,
quella universale e tipica della società di massa ad alto
tasso tecnologico mai stanco della riproduzione modulare.
L’arte per definizione stabilisce un confronto con la realtà
esterna proprio a partire dal riconoscimento del non valore di
questa. L’arte è l’artefice di una produzione
artigianale che lo segnala nella sua differenza emblematica. Generalmente
egli è orgoglioso dell’unicità della sua avventura,
in quanto portatore di un atteggiamento individuale e irripetibile.
Tale orgoglio diventa la cifra che accompagna l’arte e l’artista
contemporaneo.
Mario
Schifano nel corso della sua quarantennale avventura creativa
ha sentito tutto questo inadeguato come risposta al proprio tempo
e ha adottato il paradosso di Musil per rovesciare dall’interno
il carattere costitutivo della creazione artistica. Egli ha compreso
che non si può fermare il mondo, sarebbe idealistico e
impossibile, pertanto ha deciso di assumere un ritmo che non lo
tiene avulso da quello della realtà, giocato sulla velocità
e sulla rapacità della quantità.
Pertanto ha sviluppato un lavoro che ha avuto sempre rispetto
dell’”occasione”, della circostanza esterna
che determina gli accadimenti dell’esistenza.
Schifano ha capito che essere artista moderno significa innanzitutto
essere uomo moderno, proprio nel senso musiliano del termine,
di colui che cioè non si sottrae agli inviti della vita
ed è consapevole dell’occasionalità di una
vita non pianificabile. Se l’arte contemporanea ha sviluppato
una strategia di avvicinamento verso la vita, seppure nella coscienza
dei propri strumenti specifici, ecco che allora l’artista
cerca non tanto di segnalare la sua differenza preziosa quanto
piuttosto di trovare un punto di contatto con essa. E il punto
di contatto non può che essere quello della produzione,
in una società come quella attuale vissuta sotto il segno
di una cultura occidentale che privilegia il fare.
Il paradosso sta nel contrapporre il fare, ma nel caso dell’arte
di Schifano, il fare creativo con il suo linguaggio, a quello
dell’esistenza che pure parla con altri linguaggi, quelli
automatici e veloci dei mezzi di riproduzione meccanica. Ma l’artista
romano non contrappone soltanto semplicemente la riproduzione,
ma tecnica e tecnologia, le sue immagini particolari a quelle
massificate del sistema sociale.
Vari procedimenti ha adottato Schifano nel suo lungo lavoro, ma
tutti giocati sulla
possibilità di rimanere a stretto contatto con l’esterno.
Qui si è fatto assistere dalla velocità, dalla disciplina
e dall’improvvisazione, dall’occasione e dall’ispirazione,
dallo sguardo limpido e da quello “cieco” e “semicieco”,
dunque da tutte quelle condizioni che presiedono la vita nel suo
formarsi aperto e precariamente vitale.
Così l’opera di Schifano non si è sviluppata
lungo il percorso lineare e astratto che porta dalla quantità
alla qualità, bensì lungo il campo di una circolarità
che ha riportato la quantità qualitativa a qualità.
Questo significa per lui essere artista moderno, artefice di un’opera
che vive incessantemente i ritmi stessi che reggono la storia.
Un altro artista, in un altro contesto, ha svolto la stessa parabola
creativa: l’americano Andy Warhol. Questi ha realizzato
un’opera compatta, assistito dall’avanzato sviluppo
tecnologico della società americana, che gli ha permesso
un’incidenza fuori del campo delimitato dell’arte,
con una misura di oggettività e neutralità, portato
antropologico della condizione della tecnica.
La ripetizione meccanica dell’immagine seriale è
diventata nell’opera di Warhol carattere specificatamente
linguistico, capace di parlare rigorosamente all’esterno
dell’arte con le stesse cadenze interne. In questo senso
la quantità dei lavori realizzati non è stata mai
eccessiva, in quanto la ripetizione è per definizione senza
memoria dell’immagine precedente: la macchina non ha memoria.
Con Warhol si arriverà nel tempo, con le sue immagini,
allo stesso rapporto che abbiamo con le cattedrali gotiche che
esistono a prescindere dall’anonimato dei suoi costruttori,
che in ogni caso rappresentano, con gli infiniti affreschi al
loro interno, interamente il loro tempo.
Con il suo ritorno a quantità l’opera di Warhol possiede
un altro carattere di classicità rispetto alla civiltà
americana. Schifano è artista europeo, italiano. Con altri
strumenti deve affrontare l’essere del proprio tempo in
un contesto sostenuto da un’altra mentalità e da
un diverso sviluppo tecnologico. Se il sogno di Warhol è
stato quello di voler essere una macchina, quello di Schifano
è quello di essere la pittura, portata nella condizione
di mass-medium.
Per lui essere moderno significa adattare tale mezzo, con tutta
la storica aura, al carattere quantitativo della nostra epoca.
Per questo ne ha accompagnato l’uso mediante un’accanita
sperimentazione e contaminazione linguistica, secondo un’idea
di esperimento che connota il portato della tecnica.
Accelerare il ritmo artigianale della pittura, catturare dentro
di essa frammenti d’immagini balenate attraverso i massmedia
significa riportare le motivazioni del fare, del fare arte, in
uno spazio più ampio e sociale, quello della storia esorbitante
dell’ambito specifico. “Agire bene” e “agire
male” sono azioni separabili soltanto nell’ottica
finalizzata di un progetto che richiede la chiarezza della decisione
univoca. L’arte al contrario si muove nello spazio ambiguo
della moralità musiliana, nell’intreccio della possibilità
che si determina volta per volta a seconda dell’occasione.
Dipingere “bene” e dipingere “male” non
costituisce il problema di fondo di Schifano che conosce naturalmente
bene le tecniche della pittura. Piuttosto, se egli vuole porsi
come il medium, il fine di questo è la produzione. Sottrarsi
alla tirannia compiaciuta del controllo esecutivo, essere cieco
e semi-cieco, non contemplare il proprio risultato, ma scavalcano
in un’ulteriore tensione produttiva.
Ecco l’equazione creativa di Schifano, artista moderno (quantità,
qualità e poi quantità), l’itinerario materialista
di un artefice di immagini che crede nell’assunto “il
tempo è denaro”, nel valore simbolico di uno scambio
che dà statuto di esistenza all’arte.
Per Schifano essere artista significa fare l’artista. Che
significa poi uno sguardo all’arte e due alla vita, dunque
avere un doppio sguardo a regola d’arte è stato il
destino di Mario Schifano.
Achille Bonito Oliva